La Ottore di Capraia del Prof. Ale Vignozzi

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La Ottore di Capraia del Prof. Ale Vignozzi

Messaggiodi denise » 25 gen 2010, 22:09

CORRERE NEL TERRITORIO
IL PIEDE DELL’URBANISTA
di
alevignozzi

“Ottore”

10a Ottore di Capraia, Capraia Fiorentina (FI), 3/10/2009


Prologo: uno spietato diktat
Ho già avuto modo, per uno di questi miei articoletti, di alludere a una riflessione “on demand”. Stavolta però la scelta del tema mi è stata imposta in modo così spietato da meritare uno specifico rendiconto.
Conoscerete tutti uno dei personaggi più inconfondibili del nostro entourage, quella Denise Quintieri che, oltre che co-redattrice e fotografa della nostra rivista, è titolare di un blog fra i più accattivanti su piazza. A beneficio di quei pochi che non l’abbiano presente, aggiungerò che, per quanto minuta e garbata, la nostra factotum è pervasa da una vitalità incontenibile.
Non stupirà, dunque, che questa forza della natura sia riuscita a piegarmi, seppur in modo più che amabile, a una sua strategia talmente articolata che solo a cose fatte ho potuto coglierne appieno la sorprendente complessità. Dapprima, infatti, mi ha subdolamente instillato un’irresponsabile impulso a sperimentare quest’estenuante “ultra” (senza il suo richiamo - “Oh, allora ci vieni anche te a Capraia, eh?” - avrei forse fatto tutt’altro). E poi, una volta attirato nella trappola, mi ha surrettiziamente estorto l’impegno a fare quello che, obtorto collo, sto facendo.
Ma, per meglio spiegare come sia andata, occorre prima delineare un po’ il contesto.

Un caleidoscopio di emozioni
Quando uno legge sul volantino che questa Ottore si svolge in un circuito di 2.075 m, la prima cosa che pensa è: “Chissà che palle a ripassare sempre dagli stessi posti!”.
Invece no: non ci s’annoia un attimo. Sembra impossibile, ma in questi 2 km hanno saputo concentrare una tale varietà di situazioni - sia in termini di sforzo agonistico che di percezione del paesaggio -, che 8 ore non bastano a penetrarle appieno.
Si parte con un percorso urbano di fondovalle, piano e asfaltato. Nemmeno 100 m e svolti su un lastricato che sale verso il centro storico. Dopo un secco zig-zag, una breve rampa di scalini dà avvio a una ripida cordonata in pietra serena, che dapprima si sporge verso il panorama dell’Arno e dell’antistante Montelupo (“da Montelupo si vede Capraia”, recita il noto adagio; ma, ovviamente, è vero anche il contrario!) e poi piega verso una bassa arcata che immette nell’antico castello. L’erta spiana, finiscono i cordoli, sbocchi in un sagrato ove riecheggiano i rintocchi delle campane e scendi in un piazzale dove sono opportunamente concentrati (perché il tracciato lo lambisce due volte) spugnaggi e bevande. Segue un tratto di strada bianca, che sale dolcemente fra olivi e cipressi fino al tappeto per i chip del primo km. Indi: 200 m di asfalto ancora in piena campagna - c’e perfino un cortile affollato di capre belanti (“e vorrei vede’: se ‘un ci son capr’a Capraia…!”) -; breve declivio tra ville e villini; e altri 300 m di saliscendi fino agli spugnaggi. Da qui uno stretto vicolo ti riaffaccia presto sullo splendore del Valdarno, per poi picchiare, lastricato, verso la base del borgo. Dove giunto, dopo un paio di curve a 90° e un salto di cinque gradini, prosegui in declivio fra case e cortili fino a riimmetterti, a gomito, nella strada di partenza, dove ritrovi l’arco gonfiabile e il ricco ristoro.

Sisifo: do you remember?
Il risultato, ovviamente, è un vero e proprio “spaccagambe”.
Non solo ogni volta ti sobbarchi 125 m di dislivello complessivo. Ma, soprattutto, una cosa è farsi una salita ragionevole, dove basta rallentare un po’, per poi godersi una bella discesa scorrevole, dove recuperi buona parte del tempo perduto, mantenendo nel contempo i muscoli ben sciolti. Un’altra è arrampicarsi per una scalinata estenuante, che ti mozza il fiato e ti schianta i quadricipiti, e poi, al termine di una lunga serie di saliscendi comunque impegnativi, scapicollarsi giù per un’erta così tortuosa e sconnessa da dover tener sempre il freno tirato, scassandoti piedi e articolazioni senza nemmeno il beneficio di andar un po’ più svelto.
Che poi, anche dal punto di vista del morale, l’idea che ogni volta questo calvario ti si riproporrà tale e quale, incrudito semmai dalla fatica crescente, non è che sia proprio il massimo. Perfino quando fai il Passatore, una volta arrivato alla Colla, per quanto sfinito ti puoi cullare nella rassicurante certezza che ormai di salite grosse non ce n’è più. Qui invece ti senti né più né meno come Sisifo, quel personaggio mitologico che l’ira degli dei aveva condannato a spinger sempre un masso in cima a un monte per poi vederselo subito ruzzolare a valle.

Le mie Forche Caudine
Ciò premesso, per uno cui piaccia faticare davvero, un tracciato siffatto è un vero paradiso. E il punto più bello, quello dove l’acme della fatica si sposa al culmine panoramico, è proprio a metà della scalinata, tra l’affaccio sul fondovalle e l’ingresso al castello. È qui che qualcuno si ferma un attimo su una panca a riprender fiato e godersi la visuale. Ed è qui che si assiepano i fotografi per carpire quelle spettacolari istantanee che ogni anno ravvivano anche questa rivista.
Tra questi, naturalmente, c’era in prima fila la nostra infaticabile Denise. La quale, non contenta di compiere egregiamente la propria missione, apostrofava con voce stentorea gli arrampicatori di turno: quando elogiandone la tenuta, quando stimolandone garbatamente la performance o intrattenendoli con ameni diversivi.
Ad ogni passaggio, uno degli avventori più bersagliati era immancabilmente il sottoscritto. Dapprima vellicato con scenari beneauguranti (“Allora, professore, la facciamo tutta così, oggi?”). Poi impercettibilmente ricondotto sul terreno delle proprie competenze (“Certo che qui di “territorio” ce n’è a volontà, eh?”). Quindi decisamente richiamato a un impegno fattivo (“Allora, lo vogliamo scrivere un articoletto su questa Ottore?”). Fino ad essere coinvolto in una riflessione immediata sui contenuti (“A cosa si potrebbe dare più risalto?”). Nonché, nei giri conclusivi, in una sorta di brainstorming sul titolo (“Vediamo, lo si potrebbe chiamare…”).
Non è difficile immaginare come, al persistere della verve di Denise, il tenore delle mie repliche si affievolisse vieppiù ogni volta che transitavo sotto queste temute Forche Caudine: se all’inizio provavo a schermirmi con qualche battuta a tono, alla fine, colla lingua che ormai spazzolava la pietra serena, mi limitavo ad accondiscendere, con rassegnati mugugni, a quanto la scatenata redattrice veniva sempre più inequivocabilmente estorcendomi.

Qualcosa di pertinente: il ruolo del territorio
E così, eccomi qua a tentar di assolvere l’incombenza. Sennonché, essendomi dilungato in questa pur doverosa rievocazione, mi accorgo di non aver più tanto spazio per aggiungere ancora qualcosa di pertinente.
Dirò allora, in rapida sintesi, che questa corsa è un esempio eccellente di come si possa legare la pratica del podismo all’identità del territorio.
In primo luogo, grazie alla scelta del tracciato: una sequenza così densa e variegata di spazi e sensazioni non la puoi trovare in tanti altri posti, nemmeno nella nostra pur infinita Toscana.
E, poi, grazie alla qualità dell’organizzazione: l’atmosfera esclusiva che si è riusciti a creare, la solidarietà che affratella i partecipanti, l’accoglienza impareggiabile (di cui il succulento repertorio di torte casalinghe non è che il fiore all’occhiello) sono i fattori che riescono ad attrarre qui sempre più gente da sempre più parti d’Italia.
Resta infine da sottolineare una rara capacità di utilizzare l’evento in chiave di marketing territoriale; oltre all’organica integrazione con la ricettività locale, ho assai apprezzato l’offerta di un opuscolo illustrativo sulle attrattive locali (molte delle quali, lo confesso, mi erano affatto ignote).

Alcune “dritte”
Non l’ho ancora detto, ma si sarà capito: a me, Denise o non Denise, questa corsa m’è garbata dimolto.
Anche perché, pur essendo alla prima esperienza, l’ho subito interpretata nel modo giusto; fino a cogliere, a dispetto di una conclamata idiosincrasia per le forti pendenze, il miglior piazzamento d’una sin qui mediocre carriera: decimo assoluto - su 209 adulti - e terzo - su 82 - degli “over 50”.
Forte del risultato, mi azzardo per la prima volta a offrire qualche suggerimento tecnico a quanti vorranno seguire il mio implicito invito a provarci l’anno prossimo.
1 (scontato, ma sempre valido). Partire piano! Rispetto ai più ho dato prova di ottima tenuta (nell’ultima ora ho guadagnato altre due posizioni); eppure ho fatto il primo giro in 12’10” e l’ultimo in 15’01”. Consiglierei di programmare un obiettivo in relazione ai risultati di gente che conosciamo; poi dividere le otto ore per il numero di giri prescelto (tipo: 8 h / 32 giri = 15’ a giro) e cominciare a quel ritmo: all’inizio sembrerà di essere fermi, ma poi se ne passeranno tanti…
2. Fare la scalinata camminandola (fin dal primo giro!) a passi corti e frequenti (come fanno i ciclisti dopo la lezione di Armstrong al Tour): il cardio sale un po’, ma le gambe restano sciolte. E poi oscillare molto le braccia e star ben piegati in avanti.
3. Correre sempre “sulle uova” per preservare piedi e articolazioni; anche in discesa ammortizzare risulta prioritario rispetto a frenare.
4. Rifocillarsi sempre abbondantemente, ma se possibile non fermarsi mai; mangiare ogni due giri dalla seconda alla sesta ora ( anche questo aumenta i battiti, ma tanto si resta sempre ben sotto la soglia).

Epilogo: una frase toccante
Vorrei concludere con l’aspetto più distintivo di questa corsa, ovvero il suo radicamento nella collettività locale. Sappiamo bene che non sempre le manifestazioni podistiche risultano gradite ai residenti, per gli inevitabili fastidi logistici che comportano. E anche quando s’innesca una benevola curiosità, prevale un senso di scetticismo che ci relega, al più, a un ruolo di simpatici mattocchi un po’ autolesionisti.
Ebbene, qui a Capraia ho sentito rivolgerci parole lusinghiere come non mai. Poco prima della partenza, mentre sopraggiungevo al piccolo trotto, una signora alla finestra ha commentato con la vicina: “Ah, bene, oggi ci sono anche le corse. Guarda, quanta bella gente!”.
Di prim’acchito son andato in brodo di giuggiole, perché credevo d’esser io l’oggetto di tanta ammirazione. Appurato peraltro che nel raggio visivo della compiaciuta signora eravamo in più di duecento, mi son tosto ridotto a più saggi divisamenti.
E ho pensato anzitutto che, in un mondo ormai invariabilmente deturpato da una caccia sguaiata al più gretto tornaconto, era davvero confortante che qualcuno riuscisse ancora ad esprimere apprezzamento per cose che, come una gara podistica, non ti fanno venire in tasca nulla, se non un senso di salute, onestà, fair play, schiettezza e generosità.
E poi, più in particolare, ho pensato anche che nel nostro ambiente c’è davvero tanta gente ammirevole: Penso, più in generale, a come anche i più assatanati fra noi siano comunque persone sincere, amichevoli, disinteressate e leali. Insomma, come giustamente ha detto quella signora gentile: “bella gente”.
Non so come la pensiate; ma in ogni caso, oggi che il modello vincente rischia di diventare quello delle cosiddette “escort”, non mi resta che dire: “scusate se è poco”!
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Re: La Ottore di Capraia del Prof. Ale Vignozzi

Messaggiodi denise » 25 gen 2010, 22:13

so che è un pò lungo ma forse a leggerlo fa divertire

lo ha scritto all'indomani della Ottore di capraia il nostro Piedi scalzi alias prof. Alessandro Vignozzi ed è stato pubblicato sulla rivista Podismo e Atletica del mese di novembre ..mi par di ricordare. Ora il profe Ale me l'ha inviato e con sommo piacere ve lo metto per vostra lettura e magari qualche commento piacevole può anche scapparci
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Re: La Ottore di Capraia del Prof. Ale Vignozzi

Messaggiodi giovanni » 25 gen 2010, 22:33

Gran bel racconto.....Il Vignozzi con questo racconto a mio parere rende molto l'idea di cosa è questa gara e solo chi l'ha vissuta riesce a godere appieno di quello che scrive......oltre ad essere un atleta fuori dal comune.......corre le gare scalzo ......il Nostro Vignozzi ....si conferma anche un buon narratore.....complimenti ;)
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Re: La Ottore di Capraia del Prof. Ale Vignozzi

Messaggiodi nistri » 26 gen 2010, 20:03

Non piu scalzo scalzo ;) è passato alle five-fingers :D
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Re: La Ottore di Capraia del Prof. Ale Vignozzi

Messaggiodi giovanni » 26 gen 2010, 21:16

nistri ha scritto:Non piu scalzo scalzo ;) è passato alle five-fingers :D
Hai ragione ....me ne ero scordto ....l'ho visto anch'io con quelle strane calzature.....
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Re: La Ottore di Capraia del Prof. Ale Vignozzi

Messaggiodi BARTOLINI ENRICO » 4 feb 2010, 20:47

Leggo solo ora l'articolo/resoconto del grande Ale Vignozzi.
Naturalmente lo ringrazio.
Sono parole che mi rileggerò a settembre, alle 2 di notte, intento a preparare i pacchi gara per la prossima edizione.
Ciao a tutti.

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