"Il corridore di mezza via" : IL ROMANZOWEB

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"Il corridore di mezza via" : IL ROMANZOWEB

Messaggiodi ArGo » 28 mar 2009, 13:25

Una esclusiva runnerspercaso.it
L'Anteprima web del racconto


"IL CORRIDORE DI MEZZA VIA"
di Alexander Geronazzo


Sul forum Spiritotrail avevo iniziato a scrivere questo racconto, cercando di inserirlo nel contesto dellìargomento di una corsa che organizzo.
Ben presto mi sono accorto, che pur con il seguito di qualche interessato, questo tipo di esperimento andava fallendo...Non sempre le "stranezze" possono essere vincenti.
Ci ho ragionato un pò su ed essendo già fin troppo, il tempo in cui non scrivo qualcosa, ho deciso di proseguirlo. Per continuare però, era necessario, a mio avviso, creargli uno spazio suo, esule da argomenti specifici, pur parlandone in chiave inventata...Sapete cosa c'è? Il racconto ha avuto una chiave simil profetica, poichè il protagonista è proveniente dall'Emilia Romagna e...pensate un pò, una delle prime iscrizioni pervenutemi per la gara è di una signora ravennate.
Ora, siccome io sono testardino e penso ne possa uscire qualcosa di simpatico, alla lettura, quello spazio dedicato, ho deciso di ricavarglielo. Però cambiando ambito...ovvero quì...
Sentite la mia idea...Lasciate a parte tutto ciò di reale e materiale che avete addosso e calatevi nella parte dei bimbi d'una volta che si lasciavano "cullare" dai racconti dei nonni...Questo dovrebbe essere...Io seduto su una poltrona a dondolo , a fianco d'un caminetto acceso...Il rumore scoppiettante del castagno secco che arde sopra il barciere...e voi, adagiati sulle vecchie poltrone, ricoperte da antichi plaid a quadrettoni, poste a semicerchio di fronte al narratore...una teiera fumante e un pò di voglia di sognare, viaggiando con la fantasia, sotto altrui spoglie, in posti reali dentro una storia inventata e romanzata...magari colorita con gli errori tipici della frenesia di chi vuol scrivere per non scordarsi il pensiero che transita nella sua mente.

Un omaggio anche ad una persona che ancora non conosco, che la pensa diversamente da me per molti aspetti del vivere, ma che leggendo e navigando su questo suo spazio internet, ho imparato ad apprezzare. Perchè vivere , pensare, parlare e agire è già molto di fronte alla latente indifferenza di noi popolo, tristemente da reality show. Se avrete pazienza e voglia di leggere, questa parte romanzata di una corsa a piedi, in natura, è un poco mia, sarà un poco vostra, ...di fronte a quel focolare internet che è runnerspercaso.
Riparte da oggi, da quì, senza bisogno di editori, ma con la passione di chi racconta e il coinvolgimento di chi ascolta:




Solo un piccolo favore, se volete ( e mi auguro di sì) commentare il racconto o esprimervi in merito, fatelo nello spazio commenti del "salotto letterario"...da ora questo topic si fa libro...

http://alexgeronazzo.blogspot.com/

“La fine non è scritta…la corsa continua…
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Re: ROMANZANDO: "Il corridore di mezza via"

Messaggiodi ArGo » 28 mar 2009, 14:11

Il romanzo è leggibile in :

www.ilcorridoredimezzavia.blogspot.com

http://alexgeronazzo.blogspot.com/

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Re: "Il corridore di mezza via" : IL ROMANZOWEB

Messaggiodi ArGo » 21 apr 2010, 17:42

Capitolo...

Vi parlo da amico...

Cara lettrice, caro lettore, questo racconto, potrebbe apparirvi senza fine al punto in cui sta e sulla base di un evolversi che pare continuo...
E' così che doveva e deve essere. Parlo da amico a chi mi ha letto assiduamente, sin dall'inizio, seguendomi passo dopo passo, ma pure mi rivolgo a chi si è accorto di me, poco più tardi o magari recentemente.
In realtà chi vi parla non ha ben chiaro neppure chi sia il suo io, in questo istante, scrivente. Potrei essere ArGo, ma non vorrei fare un torto a chi mi è oramai entrato dentro, facendo parte di me...Sono sicuro che a qualche detrattore, verso una mia arte probabilmente povera, se confrontata alla grandezza degli scrittori di professione, di fama e di talento, verrà spontaneo quel <Finalmente!>. Ho trovato più di uno schernitore, se così lo posso definire, in questo cammino lungo oltre un anno, ma lo ho lasciato discorrere senza intralciarne la sicurezza della critica, tanto accettabile, quanto pure indifferente ai miei occhi.
Sono volutamente partito dai lettori, o pseudo tali, che mi hanno ritenuto poco all'altezza, perchè mi sembra giusto che ogni contesto possa essere visto sotto molteplici e democratiche visioni e gusti personali. Sono partito da loro, perchè direttamente, mi solleva il pensiero d'averne trovati pochi, disposti al confronto diretto, mentre tanti sono stati gli estimatori, i lettori assidui e i complici in questo progetto.
Il Corridore di Mezza Via potrei essere benissimo io stesso, ma oramai egli è indiscutibilmente Venanzio Pini, nato dalla fantasia di un uomo particolare, difforme nel contesto di quella che i più definiscono normalità. Ecco perchè Venanzio, dopo essere stato Pino, nasce per essere un romanzo progettualmente particolare. Oltrepassate le 2000 visite con piu' di 40 capitoli, equivalenti ad un libro di circa 200 pagine, è arrivato il momento di lasciare queste pagine virtuali, questo spazio condiviso e condivisibile, aperto a tutti proprio per volontà di aprire gli spazi mentali e le divagazioni in un assieme, in una fusione di argomenti, dibattiti, contraddizioni o semplici scambi in invisibili emozioni.
Ci crediate oppure no, questo racconto emoziona anche me, lo sento grande, lo sento nostro, non certo mio. Per un cantastorie della corsa era forse difficile calarsi nella parte di chi narra una storia inventata, ecco perchè Venanzio Pini ha veramente poco di fantasioso. Ciò che dice, che pensa, vede o vive è parte di una vita, di una terra e di una passione.
Eh sì, nella vita ci vuol passione, serve per proseguire diritti, guardandosi attorno quel tanto che basta per soddisfare l'esigenza di sentirsi vivi, sentimentalmente legati all'esistenza, emotivamente intrisi di quei luoghi che ami quasi o forse anche di più di te stesso.
Penso che queto spazio web, in cui ci siamo calati, debba terminare, come avevamo anticipato, pur lasciando forse qualche speranza in un proseguimento ancora in evoluzione, prima di questo arrivederci. Vi chiederete che senso possa avere lasciare "Il corridore di mezza via" senza un finale e vi sbaglierete pensandolo. Il mio creatore scrive ancora, lo fa ogni giorno, mi invita nei suoi luohi e mi consente di raccontarveli. Alex Geronazzo cerca di darmi un'anima, così come mastro Geppetto fece con il suo Pinocchio ed io, Venanzio, me la tengo stretta, poichè essa sarà tutto ciò che serve per raccontarvi il finale di questa storia. Non so se potrà essere un "collodiano" lieto fine, ma so che non sarà come ve lo aspettereste.
Quindi a me e ad ArGo non rimane che darvi l'arrivederci, sperando di reincontrarci davanti ad uno scaffale di qualche libreria e magari di sognare fianco a fianco, voi addormentati sopra l'abituale talamo e noi adagiati su quel comdino, così come possono permettersi i romanzi quelli veri, quelli seri.
Ciao a tutti, siamo certi che seguirete le notizie che vi diranno quando e come potrà avvenire questo nostro nuovo incontro.
Allora arrivederci, è stato davvero bello convivere , emozionarsi, inventare e sognare con voi.

ArGo e Venanzio

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Re: "Il corridore di mezza via" : IL ROMANZOWEB

Messaggiodi ArGo » 16 ago 2010, 17:42

Da quì in poi, senza correzioni e tutto d'un fiato l'intero romanzo, compreso il finale.

Lo trovate anche quì:

http://ilcorridoredimezzavia.blogspot.com/

ma era giusto che ci fosse in entrambi i siti...

Non è la versione corretta ma quella scritta di getto. Non ho trovato modo di accordarmi con gli editori e quindi accontentiamoci.

Questo è

IL CORRIDORE DI MEZZA VIA
di Alexander Geronazzo
"ArGo"

http://alexgeronazzo.blogspot.com/

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Re: "Il corridore di mezza via" : IL ROMANZOWEB

Messaggiodi ArGo » 16 ago 2010, 17:49

<strong><em>Capitolo 1</em></strong>

<strong>La curiosità, l'iscrizione</strong>

Eccomi qua, dopo lungo pensarci su, mi son deciso a correrla. In giro un sacco di volantini me la facevano sentire come magica. Sì, è vero, gli slogan sui depliant son lì apposta, mica saranno stupidi gli organizzatori? Sul retro del variopinto A4 la scritta "pre-iscrizione" consigliata, mi mette in ansia. Perchè mi chiedo? Saran così tanti da limitare la partecipazione? Meglio verificare. Una e-mail all'indirizzo indicato ed attendo. Passano 12-13 ore ed ecco la risposta...Mi relaziono con l'addetto stampa del comitato CSC, o meglio, ovvero del GS che organizza. Il pacco-gara, il numero, la TDS mi fan pensare ad una corsa in montagna per pro del settore, ma una volta avuta la risposta inizio a ristabilire la giusta entità della corsa. Per molti ma non per tutti, non perchè gli scarsi o i normali non siano ben accetti, anzi...Per motivi di logica territoriale, più di quei tanti non ci si sta. Campo di Alano è un paesino minuscolo, con tutto ciò che gli serve per quel poco che gli si chiede, ma non sarà mai capace di accogliere 1000 persone in corsa, troppo stretti si starebbe. Così mi preiscrivo e mi danno il numero. Sono il 313, sig.Pino Verde del GS Le Valli...Non faccio gruppo! Ok, non serve nemmeno il certificato, che pure avrei, perchè alla salute ci tengo e quello ci vuole, con tanto di visita medico sportiva cui ognuno di noi dovrebbe sottoporsi una volta l'anno per sicurezza. Ad ogni modo mi faranno firmare una dichiarazione di responsabilità e in più, compreso nell'iscrizione, sarò automaticamente assicurato con una giornaliera CSI detta FreeSport. Meglio così, se mi esce una caviglia almeno rimedio qualcosina.La montagna non è il mio pane, ho trovato la pubblicità alla maratona trevigiana, all'expo e prima ancora alla BellunoFeltre che son più cosa mia, dritte, in semipiano e sull'asfalto. Ma i sentieri mai provati e nessuna corsa off road, è ora di provare... Ebbene, il passar dei giorni mi mette un pò l'ansia, da Bologna a Alano di Piave, credo sarà lunga, ma apprezzata. Certamente sarò colui che arriva da più lontano mi dico. E' così...Cerco un albergo in internet, ma non riesco a rintracciare nulla. E' pur vero che non sono un mago della navigazione. Chiedo ancora aiuto al mio interlocutore e-mail. Presto chiesto , presto fatto. In zona, almeno nel comune di Alano di Piave, mi indica un albergo ed un B&amp;B. Quanto basta, ho indirizzi web e numeri di telefono. Opto per la soluzione Bed and Breakfast, programmandomi una tre giorni nella cosiddetta Conca degli Eroi, con tutto il massiccio del Grappa a disposizione. Mi porterò mia moglie, sarà una piacevole gita in montagna e pure lei, volendo, coi bastoncini si farà la passeggiata naturalistica in ambito gara...Pochi giorni e via, due pensionati dall'Emilia Romagna, ancora una volta alla scoperta del Veneto, stavolta prealpino.


<strong><em>Capitolo 2

Verso la Conca degli Eroi
</em></strong>
...sabato ci sarà la corsa. Io e la Gian dopo qualche ora d'auto siamo ormai in territorio bellunese. Certo, abbiamo un pò divagato e girovagato, entrati in Veneto. Le cose da vedere sono molte, anche dal finestrino dell'auto in corsa, ma si sà, i pensionati hanno tutto il tempo e noi il viaggio ce lo siam goduto tutto. Abbiamo l'abitudine di viaggiare in automobile anche per migliaia di chilometri, senza dare alcuna importanza al tempo. Tanto quello passa comunque e non si ferma a guardarsi indietro per accertarsi che tu ci sia ancora, quindi la curiosità val bene il gusto del bello e de voler fermarsi ad apprezzarlo. Io guido e non faccio mai l'itinerario più breve. Per me “google maps” è un'entità che potrebbe anche andare in fallimento. così, tra una fermata sull'argine del Pò, incontrando gli amici podisti tagliolesi in pieno allenamento lungo le vie dei loro amati territori e i pescatori di rientro dalla giornata di lavoro, il mercoledì è passato e col calar della sera ci siamo avviati verso la nostra meta. La conca delle medaglie d'oro. Certamente ad Alano troveremo ad accoglierci un buon letto e speriamo, prima , un buon pasto in qualche ristorantino tipico. Non conoscendo minimamente la zona, viaggiamo anche con la fantasia, immaginando un paesaggio dall'aspetto accogliente, in una pace silenziosa tipica della valle immersa in se stessa, ospite delle sue montagne.
A Montebelluna un primo cartello stradale indica alano di Piave, ci siamo quasi , quando l'orologio indica le sette e mezza serali mi affretto a spingere lo sguardo più in là che posso. Innanzi a me il comprensorio del la Monfenera è una barriera naturale dai contorni rotondeggianti, affiancata sulla sua sinistra dai primi contorni delle cime del Grappa ed a destra, più in lontananza, dalle lontane vette dolomitiche di cui si scorgono i primi tratti aspri. Queste montagne non le avevo ancora viste, mai fino ad allora mi ero spinto verso quest'arco montano, seppure con gli sci mi sia avventurato più volte nelle zone lombardo piemontesi. Come da indicazioni del mio mentore "e-mail" del posto, subito dopo il Ponte sul Piave, in località Fener, mi fermo qualche secondo a guardare il miliario d'epoca romana che indica chiaramente la presenza del passaggio del grande impero, anche quì, dove in anni a venire fu poi la Serenissima a sfruttare l'energia trasportante delle acque, per muovere il legname fino a Venezia.
L'indomani sarà certamente nostro piacere e curiosità, visitare Castelnuovo, costruzione antica in zona querese, tra Quero-Vas e Santa Maria, attualmente luogo di meditazione per i frati ed i loro ospiti, proprio sulla sponda del fiume Piave, lì dove un tempo vi era con tutta provabilità una zona di interscambio o dogana appunto fruita dalla Repubblica di Venezia...ma di questo non sono certo ed avrò modo di chiedere agli eventuali uffici turistici o agli attuali residenti.
Eccoci arrivati, l'unico B&amp;B di Alano era pronto al nostro arrivo e dopo aver fatto conoscenza con le gestrici del nostro rifugio nella conca, chiediamo lumi ed otteniamo degna risposta, su come poter sfamare i nostri istinti gastronomici. Tra i posti segnalati tralasciamo gli agriturismo, non proprio a portata di gambe, per incamminarci a piedi verso una piccola pizzeria, dal gusto retrò, che pare essere conosciuta come calma nel servizio quanto ottima nella qualità della materia prima da ingurgito. Quattro passi ed io e la Gian siamo davanti all'uscio di questo cibarìo pertugio, incastonato nella cornice di una piccola piazzetta, al cui centro ed all'atenzione della scena, pone una "vecchia" fontana rotondeggiante, chissà da quanto tempo posata lì per musicare il luogo con il gorgoglìo costante e soavemente quieto dello scorrere infinito del riciclo d'acqua...

<strong><em>Capitolo 3

Le meatte
</em></strong>
...torniamo stancamente verso l'ostello. La strada è breve ma la notte, oltre che lunga, è così intensa da farci sembrare il piccolo tragitto come una lunga passeggiata d'un tempo. Eh già, dopo qualche anno di vita da pensionati, mi rendo conto di aver concesso poco al romanticismo d'anni or sono. Questa sortita per le vie secondarie di Alano diviene senza preavviso, l'occasione del riscatto verso la Gian. Povera ragazza mia, sempre pronta a seguirmi ovunque vada a correre, senza far domande, apportar proposte o avanzar obiezioni. Questa notte porta con se un chiaro di luna che ci accompagna, illumina i pensieri e rinsalda le emozioni del cuore. L'acqua delle fontane fa da specchio, al riflettersi della signora della notte e noi, rapiti come non avessimo mai veduto nulla di simile, siamo immersi con l'anima nel suo risplendere argenteo.
Come tutte le favole, varcata l'entrata del pertugio notturno prescelto, ci abbandoniamo ad un thè in compagnia con un'altra coppia di ospiti. Sono Giacomo ed Assunta, due bresciani, insegnanti ed appassionati di storia contemporanea, venuti a visitare i luoghi teatro della Grande Guerra, sul Monte Grappa. Una parola tira l'altra e presto Giacomo s'accorge dell'ora tarda ormai fattasi. Le due della notte! Ci dicono di voler alzarsi alle cinque per andare a far due passi su un sentiero di cui avevano sentito e letto, "le Meatte". Tre ore di sonno soltanto? E noi? Matti più di loro ci accodiamo all'avventura e conla buonanotte, ci diamo appuntamento per colazione. Sarà il viaggio o quel silenzio tipico della montagna, disturbato soltanto dal rintoccar di qualche scampanata di campanile, ma il nostro dormire è pesante e profondo, gustato sino all'ultimo minuto prima della levata all'alba.
Facciamo colazione con l'ottimo caffè latte preparato da Assunta , mentre la mia Gian offre ai nostri nuovi amici i biscotti fatti da lei e che ad ogni viaggio porta con noi. Lo stomaco pieno e la mente libera ci portano ad avviarci in automobile verso la vedetta del Monte Grappa. Mi offro da autista, non amando viaggiare in macchina da passeggero. Ci vuole un'oretta scarsa, a risalire la strada stretta e piena di curve e tornanti, che passando per il Monte Tomba ci porta all'imbocco del sentiero.Le Meatte sono un luogo di grande interesse botanico, storico e paesaggistico. L'ambiente rupestre prealpino, abbinato alle nebbie frequenti che mantengono d'estate basse temperature e costanti condizioni d'umidità, ha determinato le condizioni per il concentrarsi in questo luogo di molte rarità vegetali. Si possono ammirare molte classiche e spettacolari fioriture di ambiente di roccia, di canalone e di prati rupestri.
Lo stesso tracciato militare, assieme ad altre opere di cui si intravedono le tracce, merita d'essere ammirato per la sua arditezza. Venne realizzato dal Genio militare italiano come opera di immediata retrovia per spostare e ricevere le truppe al riparo dal tiro nemico (che era attestato su parte dei Solaroli e del Monte Spinoncia, due dorsali del Grappa poste, rispettivamente, a nord-ovest e nord-est delle Meatte). Attraente, poi, è l'immagine paesaggistica del luogo stesso, un vero scoglio rupestre e selvaggio che si erge poderoso sui fianchi orientali del Grappa. La ricchezza e rarità della flora rupestre è forse l'aspetto più peculiare del luogo. Si possono riconoscere, anche se il sentiero si snoda a quote relativamente modeste, molte entità tipiche delle Dolomiti.In effetti se avessimo problemi acuti di vertigini, non saremmo andati molto in là , una volta iniziato il tratto esposto, eppure camminando anche questo senso di vuoto, sotto ai tuoi piedi, è compensato dal pensiero di quei giovani che scavarono tutto questo per salvare la loro pelle e darci la nostra libertà di camminarvi ora sopra. La croce in Pian de La Bala sancisce il termine del sentiero e da lì decidiamo di seguire la strada asfaltata e magari fermarci in qualche malga per il pranzo. Ci sovviene che avremmo dovuto visitar Castelnuovo, ma quì si stà così bene...

<strong><em>Capitolo 4

Il soldato Peter Pan
</em></strong>
In effetti con Giacomo mi sono bastate poche parole ed una serie di ragionamenti, per capire che tra di noi potrebbe nascere una bella amicizia. Come era prevedibile, le parole dei due maestri lombardi, si incentrarono quasi del tutto, sulle loro conoscenze relative al grande conflitto mondiale. In questi luoghi, dove ora noi passeggiamo ingannando il tempo con l'unico scopo di trarne beneficio fisico e spirituale, loro ci fanno continuamente notare come ogni metro della montagna in cui ci troviamo, sia stato teatro di scene strazianti e di gesta eroiche.
Il cielo si è ingrigito d'improvviso, quasi che i racconti abbiamo portato un velo d'angoscia di cui la montagna si voglia ricoprire, forse tentando di dimenticare ferite ancora aperte e ben visibili, sulla sua pelle viva. Basta guardarsi attorno per scorgere numerosi, piccoli crateri visibilmente innaturali. Eh sì, buche a volte profonde metri, spesso larghe molti piedi, sono il segno tangibile dei bombardamenti e dello scoppio ripetuto di quelle palle di morte, scambio acerrimo di violenza, tra le truppe italiane e i contingenti austriaci. Ho capito subito che da "Pian de la bala", la nostra destinazione non sarebbe stata di ritorno immediato e benchè la gara e i chilometri in programma, fossero dietro l'angolo, come scopo primario di questa sortita al nord, non fiatai minimamente vedendo i signori D'Arda, incamminarsi verso la cima, seguendo la stretta via asfaltata. La mia Gian, meno allenata di me, s'affrettò subito a venirmi a fianco chiedendomi dove stessimo andando. Io in verità immaginavo, ma non potevo esser certo. Ma Assunta, che era una bella signora sulla cinquantina, in una splendida forma, tale da dimostrare molti anni in meno, non perse l'occasione per dimostrare che le donne vedono molto più avanti di noi. Capì che la mia metà era spaventata dal dover percorrere troppi chilometri, rischiando di disturbare il cammino altrui con le sue eventuali difficoltà. Immediatamente è venuta vicino a noi e con fare quasi malizioso, con due pacchette sul sedere sdrammatizzò l'imbarazzo della Gian, rincuorandola sul fatto che ci saremmo fatti un bel tratto di strada, ma così lentamente da non perderci un'attimo ed un centimetro del fascinoso mondo che era attorno a noi. Giacomo, battistrada dal ritmo pacato, ci conduceva lungo questa secondaria, che ben presto si sarebbe congiunta con la celebre statale Cadorna. Così fu in effetti. Lungo la via, dolcemente pendente, qualche lapide posta a bordo strada, ricordava il prezzo che si paga alla montagna, alla minima imprudenza. Foto in bianco e nero, semi sbiadite dal tempo, poste su marmorei scrittoi funebri , dalle iscrizioni ingrigite, quasi abbandonate ad un destino di dimenticanza. Storie di vite interrotte, sul Monte sacro alla patria, ben dopo i nefasti giorni della morte bellica. Vite interrotte per lo più negli anni '60/'70, quando il passar del tempo accoglieva una nuova era per questa montagna, abbandonata dopo la guerra e iniziata a rivivere proprio in quegli anni. Ecco, immaginavo lungo la strada, come queste persone, venute a ridar spolvero al Grappa, finirono per divenire altri martiri in età moderna, sacrificati all'esistenza lavorando nella monticazione o semplicemente riaprendo la via ad un turismo atipico che sarà in eterno votato al pensiero d'eroici volti e di storie spezzate alla ricerca d'una libertà, talvolta mal apprezzata dalla attuale modernità.
Porca vacca...Chiedo scusa ai lettori, ma mi sovviene, che nel mentre mi ispiravano pensieri tanto profondi, uno scivolone sull'asfalto asciutto, mi faceva presagire il contatto diretto, tra la suola dei miei scarponi nuovi ed il segno tangibile del "bovin passaggio". Una risata fragorosa alle spalle del povero Pino. Certo, come direbbero i turisti, cosa vuoi che sia; roba naturale, appunto dal profumo di natura, ma in effetti preferibilmente detto "puzza di cacca di mucca".
E intanto, passata una mezz'oretta siamo sulla cadorna, diretti ove avevo previsto. Al sacrario militare del Monte Grappa. Ad un certo punto, guardandomi, Giacomo fece spallucce e disse:
<sai>. Non capendo , com'era ovvio che fosse, dovetti ribattere:
<cosa>. Giacomo si fece austero, ma con l'occhio furbo di chi quasi si beffa del prossimo...<tra> ed indicò con l'indice il grande mausoleo ancora distante da noi, ma ben visibile sulla cima dell'aspro paesaggio. Per me era impossibile e glielo dissi. Ma lui convinto del fatto suo aggiunse...<miscredente>


<strong><em>Capitolo 5

La madonnina mutilata</em></strong>

...lo guardavo con espressione inebetita, quasi offesa, di chi si sente un pò preso per i fondelli.
Ma immaginavo che dietro a quella che sembrava una burla, ci fosse qualcosa di molto più chiaro, provabilmente anche serio.
Intanto Assunta e la Gian, si scorgevano diversi tornanti sotto di noi, perse nel loro incedere lento e chiacchiericcio. In effetti la professoressa, appariva quasi soggiogata dal fascino del paesaggio che andava a visitare per la prima volta, Chiaramente il tutto era giustificabile dalla grande passione che i nostri due compagni di viaggio si portavano addosso, per tutto ciò che è e fa storia. Le donne si raccontavano i motivi della presenza in quest'area del veneto, ma lo facevano non con superficialità, bensì trasudando emozioni rispetto alla scelta di venirci. Tra le righe sembrava quasi che la Gian avesse convinto la sua nuova amica a partecipare alla corsa di sabato, facendo una passeggiata in compagnia, lungo quel percorso che gli organizzatori promuovevano come "sentiero della Grande Guerra".
Nel frattempo io e Giacomo ci trovavamo ormai ai piedi del sacrario. Decidemmo di avanzare fino al Rifiugio Albergo Bassano. La targhetta altimetrica segnava quota 1745m ed in effetti una leggera ma pungente brezza aveva iniziato a infilarsi tra le fenditure della camicia di flanella che mi portavo addosso. Dietro al grande Rifugio, un ampio parcheggio, con già un paio di corriere da turismo, in sosta su questo celebre monte dal sapore di libertà. Una lunga gradinata posta al principio dell'area di sosta, si alzava con lieve pendere,verso uno degli ingressi del sacrario. Avrei voluto salire, ascoltando le spiegazioni dotte del mio nuovo amico, ma mi sembrava di fare un torto alla Gian, andandoci senza di lei. Quindi decidemmo di sederci un'attimo sulle tavole esterne al rifugio, sopra l'ampia terrazza, che con la dipartita della "caliverna", apriva allo sguardo un panorama da non scordarsi più. Dopo una mezz'oretta Assunta, arrivò stancamente alla cima, trascinandosi appresso la sagoma esausta della Gian, che aveva un paio di gote così rosse, da sembrare sul punto di incendiarsi.
Giusto il tempo di mandar giù un boccone e di bere qualche sorso d'acqua, mai così fresca e dissetante, la donna lombarda prese a farci da "Cicerone", dandoci spiegazione di ciò che stavamo guardando. Davanti a noi la sconfinata Pianura Veneta, precedeva il luccichìo, favorito da un cielo sereno come non mai, della Laguna di Venezia. Girando lo sguardo ad est, Il Gruppo del Cesen, del Cansiglio, le Alpi Carniche ed il promontorio del Cavallo. A nord, le Dolomiti Bellunesi, il Lagorai e le Pale di San Martino. Sull'ultima latitudine , ad ovest, ancora spazio per gustarsi a perdita d'occhio l'Altopiano dei Sette Comuni, I Monti Lessini, il Gruppo del Carega, il Monte Pasubio e ultimo, là in fondo, il protaginista di uno dei canti alpini rimasti nella storia, l'Ortigara.
Era circa mezzogiorno quando ci inamminammo lungo la gradinata che conduce al sacrario. Nell'ordine abbiamo visitato tutti i 5 muraglioni disposti a cerchio, uno sopra l'altro. Alla rinfusa abbiamo letto molti nomi di altrettanti uomini caduti. Ci disse Giacomo che i feretri cui è stato associato il proprio nome sono oltre 2000, ma pochi se confrontati con i quasi 13000 resti italiani, silenziosamente in riposo eterno quassù. Tra le tombe si nota quella del Generale Giardino e di sua moglie, ovvero di chi comandò l'Armata del Grappa in quei tremendi eventi a cavallo tra il '15 ed il '18. Così nel proseguire della visita, siamo entrati nel Sacello della Madonnina, mutilata da granata austriaca nel 1918 e poi restaurata. All'interno del sacello il busto Papale di San Pio X. Oltre questa piccola costruzione, dedicata al culto ed alla meditazione per lo più cristiana, un lungo viale, pavimentato con larghi, quadrati di cemento, che si perde per oltre un centinaio di metri, accompagnato lateralmente da piccoli torrioni indicanti i nomi delle grandi battaglie. Sul suo sfondo domina il Portale di Roma, su cui regalmente giace ferma la scritta "Monte Grappa tu sei la mia patria". Ci siamo avvicinati e vi siamo entrati, visitandolo dall'interno, dove un museo dedica il suo placido essere ai decorati d'oro, medagliati del Grappa. Salendovi in cima, un pertugio conduce ad un terrazzino, che guarda insistentemente ai monti. E' un'Osservatorio, sul quale un bronzeo planimetro, in bassorilievo, indica i vari luoghi dell'intero massiccio. Molto altro prima di partire abbiamo visto d io non scorderò mai, l'ala austro ungarica del sacrario, dove 10000 spoglie di pur nemici eroi, hanno trovato una pace eterna senza nome, sfortunati fratelli di sventura tra i 295 militi d'oltr'alpe, identificati. Li ho voluti leggere quasi uno ad uno, in quell'esiguo spazio loro dedicato, consapevole che la loro morte non li ha portati che ad essere quasi innominati protagonisti d'una storia che è anche mia. Seduto sul muretto di fronte alla prima delle arcate nemiche, pensavo a quanto l'essere umano possa cedere alla stupidità , di fronte alla sete d'un potere inutile. Ad un tratto un secco inatteso fruscìo di vento... Inseguii il berretto volato via, mentre dentro di me sentivo mancasse qualcosa...Ecco, l'aria, il beffardo vento mi ha portato viso a viso con una eterna dimora fredda e a mezzaluna...quella dell'austro ungarico soldato Peter Pan...Giacomo sapeva...una lacrima rapida e sincera mi ha bagnato il viso.


<strong><em>Capitolo 6

La valle</em></strong>

Il ritorno in auto, lungo una interminabile serie di tornanti, con la strada esposta a precipizio, mi dava un senso di tristezza. Abbandonare quella montagna, che tante emozioni, in breve tempo aveva suscitato in me, mi appariva come una fuga dal tempo antico, passato, che rischiava così di cadere nel dimenticatoio dei miei pensieri. In effetti ero conscio che questo non sarebbe accaduto e mi ripromisi di ritornarvi con maggiore calma, per viverne a pieno la pienezza storica di cui era così profondamente intrisa. Non mi dimenticherò mai il nome di quel soldato e un giorno, se mai avrò dei nipoti, potrò raccontare, di fronte ad un vecchio cartone animato o ad un libro dalla fodera sgualcita, di averlo conosciuto, quell'eroe alato.
Arrivati sul Monte Tomba, ci fermammo qualche attimo ad osservare la piana, che la giornata ormai tardo pomeridiana, apriva davanti a se, come un quadro ottocentesco (quì lo dico e quà lo nego, perchè a parte l'arte del mangiare, poco titolo ho per espormi con fiera certezza), ricco di trame variopinte, ma dalla tonalità pienamente naturale. Ben chiara la zona rodigina ed i colli euganei, a metà sguardo, a precedere la laguna, velatamente visibile ad occhio nudo, ma perfettamente scrutabile con il binocolo. Il Monte Tomba è una conformazione quasi collinare, che non arriva a 1000metri di altitudine, intrisa sul davanti, di una folta vegetazione a tratti cosparsa di castagneti, all'ora opportuna meta di molti truffaldini arruffatori del frutto autunnale, dalla castagna al conosciuto e prelibato marrone del Monfenera. Sulla cima si adagiano diversi fabbricati rurali, più o meno agibili, dalla utilità a volte turistica e molto più di rado d'attività malgara. In effetti, l'unica malga attiva è quella che ci siamo trovati a fianco parcheggiando l'auto, ovvero la malga Miet. Non abbiamo potuto esimerci dal far due passi lungo la piana di cima, inerbata ma segnata da una strada carraia che ci ha condotti ad una piccola chiesetta e ad un ceppo, su cui sono posti diversi pennoni per alzabandiera, senza dubbio utilizzati per commemorazioni belliche. Il dubbio presto svelatomi da Assunta che sembrava conoscere il luogo, quasi fosse di casa.
La discesa a valle, che non ricordavo perchè la mattina, salendo era ancora buio pesto, mi parse ancora più difficoltosa rispetto al passo dal Tomba in su. La strada provinciale che sale da Alano alla malga Miet o alla dismessa malga Doc, versa davvero in condizioni precarie, oltre ad essere stretta ed esposta in vari punti. Ricordo perfettamente i sobbalzi dell'auto sopra le fitte buche, che l'autista di turno si concentrava a prendere tutte in pieno e ben bene. Finalmente la fine della discesa ci portava sopra un ponticello in pietra, al cui fianco uno stabile diroccato, dalle ampie dimensioni giace incustodito, per quanto transennato, vittima di se stesso e del tempo. A giudicare dall'ampio parcheggio pensai subito ad una struttura ricettiva, del tempo che fu. Mi pareva strano che Giacomo no ne sapesse nulla, quindi ne ottenni una spiegazione dal sapore inatteso. Pare infatti, che questo vetusto maniero d'epoca post moderna, fosse qualcosa di simile ad una balera. Anzi diciamo che col sorriso sulle labbra, Assunta si spinse a specificare che lì un tempo si ballava, anche con graziose signorine dal danzar d'amore. Il nome del gestore suscitò una risatina tra tutti noi, perchè il nome di questo signore, ormai passato ad altri lidi , non più terreni, corrisponde all'appellativo di Antonio, detto altrimenti "Toni cul"...altro non ho chiesto, non serviva al mio ardir di conoscenza.
Si era fatta ormai sera, con il sole della conca scomparso dietro ai monti circostanti ed un lieve spirar di vento fresco, che richiamando la manica lunga, invogliava ad uscire a far due passi per le vie del piccolo centro...

<strong><em>Capitolo 7

"Giulietta e Romeo"</em></strong>

...una doccia e via, verso la classica serata romantica.
L'imbrunire sembrava cosa ancora lontana e ci dispiaceva non sfruttare queste ultime ore di luce fioca, per visitare i luoghi. Assunta e Giacomo avevano impegni precedentemente presi, intenti a non gettar via neanche un minuto di vacanza studio, provabilmente si sarebbero incontrati con qualche storico locale o forse, chissà, semplicemente con un vecchio della conca a sentir storie di guerra. Li lasciammo al loro fare, senza troppo insistere, tanto avremo altri momenti da goderci assieme. Decisi di proporre alla mia Gian, un giro in auto in perlustrazione, così, quasi alla cieca, senza coscienza se non quella del viandante senza meta.
Gian era stanca <<male>>disse<<farò>>. No, Giulietta non era una nostra amica...o forse si!? E' il nome proprio dell'autombile che comperai nei primi anni '80 e da allora, a fianco del succedersi rapido di auto nuove dai congegni meccanici e funzionali, moderni, lei è rimasta lì, nel garage della casa in campagna, tirata a lucido almeno una volta l'anno e regolarmente controllata e tagliandata, per essere compagna d'avventura in ogni scorribanda turistica di noi due "vecchietti". Ne ha fatto di strada questa dolce quattroruote, intrisa dei ricordi più belli. I pensieri di una vita, le emozioni dei paesaggi, le mete raggiunte le immagini impresse nella mente di due cuori giovani eppure innamorati da oltre trent'anni, di ciò che siamo e che ci diamo l'un l'altra.
Dopo aver girato in tondo il paese un paio di volte, senza trovare una via che mi paresse interessante da esplorare, mi dirigo alla volta di Campo. Al bivio però, colto da un impulso, tanto stupido, quanto icontrollabile, sterzo di colpo riprendendo la direttrice principale, che l'ometto alla guida del trattore dietro a noi è costretto ad inchiodare, per evitare questa mia insulsa manovra. Gli insulti e i colpi di clacson ripetuti e decisi, me li son meritati tutti. In un momento mi son reso conto di volermi tenere la sorpresa per la corsa e quindi Campo sarebbe arrivato al momento delegatogli dal viaggio. Supero un monumento di forma appuntita, pare dedicato ad un sommo studioso, di qual'epoca non so, che ebbe quì i suoi natali. Lo aggiro e prendo la direzione Quero. Una strada in salita con diverse curve, si arrampica gradualmente lungo il pendio che affianca il torrente Tegorzo. E' una via stretta eppure anche trafficata, perchè salendo incrocio diversi autisti, presumibilmente locali, che mi sfrecciano a fianco, quasi a farmi trattenere il respiro e quasi che la Giulietta vada a scrollar dal muro sul suo fianco destro, quel poco di muschio cresciuto su questa bordatura a sassi, di chiaro stile germanico.
Sulla sommità, chiamiamola così, un bel borgo di discrete dimensioni. Apro il finestrino, ma vengo investito da una folata di vento intenso, che mi fa recedere dall'intento di viaggiare ad abitacolo semi aperto...Una grande piazza, chiaramente progettata in tempi moderni e francamente non di mio gradimento, forma una sorta d'anfiteatro di fronte al municipio. Pare che vi sia uno spettacolo organizzato per stasera. Vedo operai montar tralicci e collegare cavi per le ampie luminarie mobili. Forse un concerto!? Non so, forse dopo torneremo a vedere. Nel frattempo, imbocco una stretta via che indica la direzione della Valle di Schievenin. Il nome non mi suona sconosciuto, ma nel dubbio, che mi pervade, tentando di dare una fisionomia a questo flash mentale che ho, proseguo spedito. Mi giro per chiedere lumi alla Gian, ma da lei ora non posso che pretendere un sogno che mi veda protagonista, nel suo dolce sonno, tanto previsto, quanto beatamente improvviso. La nostra Giulietta ha fatto ancora la sua vece di bella addormentante e certo, la quiete che ci circonda ha fatto quanto rimaneva da fare per cullare la mia splendida metà, nei suoi pensieri dormienti, più belli e profondi...O almeno speravo fossero tali, perchè quel volto disteso, angelico, che ai miei occhi non pareva per nulla segnato dal tempo, meritava ben più che un sogno qualunque. Fermandomi in uno spiazzo, a fianco al torrente che scorre abbracciando i rotondeggianti poderosi massi, distendo corpo e mente, ascoltando il rumore di questo immenso nulla, attorno a me. Sogni d'oro...

<strong><em>Capitolo 8

Il castello
</em></strong>
Erano ormai le otto della sera di un venerdì , che tra monti, valli e fiumi mi appariva quasi come una giornata magica, persa in tutto questo splendore che l'ambiente del massiccio del Grappa ci aveva dato ed ancora ci stava offrendo. Mia moglie si svegliò, che io ero ancora fuori dall'auto, parcheggiata in un piccolo prato sulle rive del torrente, seduto su un grande sasso di forma appuntita. Mi era parso quasi naturale, attendere il risveglio della mia "dolcezza", seduto sulla cuspide di questa pietra, adagiata lì chissà da quante centinaia di anni. Tutto attorno soltanto montagne. Schievenin è un pertugio naturale, attraversato dal suo fiumicello, il Tegorzo, con una base di fondo valle che nel punto più largo sarà stata si e no di cento, forse 150 metri e rigorosamente non in piano, ma su un terreno ondulato , quasi nervoso.
La Gian mi si avvicinò e non potendosi sedere accanto a me, mi prese la mano invitandomi a scendere. Giusto due passi, verso l'auto, ma sondando l'erba verde ai bordi del corso d'acqua, senza fiatare, accompagnati dal rumore dei minuscoli sassi, lambiti e magari portati avanti dalla mite forza di questo liquido trasparente e puro. Io ora avevo fame, la Giulietta mi assecondò, tirandosi fuori da una preoccupante fanghiglia, formatasi sotto l'asse di trazione, con il peso metallico della nostra quattroruote adagiata sul fondo perennemente umidiccio del luogo di fermata. Prima di partire avevo preso con me un volantino locale, che descriveva manifestazioni, progetti, indirizzi istituzionali e culinari della zona. Lo feci sondare dallo sguardo femmineo ed attento di una ormai completamente desta mia metà. Mi disse che in questa valle ci doveva essere un agriturismo ma anche un ristorante tipico, nella valle di Prada. Ma come? Una valle in valle? Eh sì, pareva proprio così e quindi risalimmo il fiume lungo l'unica strada possibile. Un piccolo ponticello, quasi fosse una tentazione, aveva su di se l'indicazione "Campo". <<eh>> dissi tra me e me, <<...non mi faccio fregare, tiro dritto!>>. E diritto andai. L'agriturismo citato nel foglio, era proprio a fianco al ponte, ma non mi balenò per un secondo l'idea di fermarmi, lasciando l'arcano della "valle in valle", da scoprire. Ed infatti a circa metà paesello, tra bar semideserti e piazzole turistiche attrezzate, con tanto di "larini" per il pic-nic a base di grigliata, trovammo le indicazioni, sia per Prada, che per il ristorante. Una stradina che da stretta diveniva quasi improponibile ad un guidatore imbranato, giusto lo spazio di un auto, sperando di non trovare intralci o disturbatori, in senso contrario. Un sospiro, quando nei pressi di un ostello vacanze, la sede stradale divenne più umana e percorribile. Il paesaggio attorno non era mutato, con la sola differenza di non avere più un torrente a fianco a noi. Le montagne dai tratti sempre più aspri, sempre meno collinari e molto più alpine, ci facevano da navigatore naturale, nella costante salita verso un luogo che sembrava non arrivare mai. Curve a gomito, strettoie e tornanti, tipiche delle stradine asfaltate, ma mai toccate dalla prima "mantatura", facevano da linea guida di un borgo quasi disabitato, col fascino rurale delle vecchie cascine in legno e delle case restaurate, ma con metodiche rustiche, con i sassi sul muro esterno , a vista. Cominciavo a innamorarmi di questi luoghi, affascinato da un mondo, visto ancora; ma in luoghi montani dal turismo spinto, quelli da stagione invernale, da piste innevate, da sciovie, impianti di risalita e magari qualche vip, a prendere il sole sul terrazzo dell'albergone quattro stelle...Tutt'altra musica questa!Quì mi sembrava di respirare un'aria antica, pura, che pareva avere odore e sapori, quelli di un'anzianità inesorabilmente in arrivo e che si proponeva a noi... quasi a volerci attrarre, entrando in simbiosi con il luogo, solamente respirando. A meno di mille metri ci accolse un paradiso in terra. Un grazioso capitello alla Madonna, faceva da capolinea alla strada e da arrivo al Ristorante. Davanti a noi, sotto un cielo di stelle. un panorama chiuso, ma mai così aperto ai sentimenti e pieno di intensità. Una valle inclinata, dal verde intenso, scendeva sotto i nostri occhi, mentre alle nostre spalle, silente e maestoso, un costone semiroccioso dominava immobile...Il Castel di Prada

Capitolo 9

Oscuri pensieri

Ottima cena al ristotante sulla cima di Prada. Risotto con ottime erbe, capretto con polenta ed ottimo caffè per concludere.
Con i gestori ci siamo soffermati a parlar del luogo, di come quì tutto sembri fermo nel tempo, limpido e pacifico. In effetti dagli occhi di quelle persone traspariva la stessa serentità, che salendo mi era parso quasi di annusare nell'aria. Ci dissero che molte delle abitazioni, alcune anche ristrutturate, erano vuote per la maggior parte dell'anno e quasi con un velo di amarezza raccontavano dell'esodo dei giovani del posto, verso le cittadine oltre la valle. Così diverse abitazioni erano messe in vendita, ma con la difficoltà del momento e lo spopolamento del luogo, rischiavano di rimanere tristemente abbandonate, perse tra i monti, in mezzo ad una quiete che sarebbe divenuta silenzio immobile, se presto non si fossero fatti avanti dei compratori, magari chissà anche soltanto turisti. Una frase carica di sottile tristezza , mescolata con un velo di speranza: <<Pitost che gnent,mejo anca se ie"foresti" a comprarsele>> dissero in dialetto stretto. Scendendo a valle, in un buio fitto, per la quasi assenza di lampioni, pensavo e ripensavo, mentre nell'abitacolo della Giulietta non si muoveva foglia, quasi che anche la Gian stesse riflettendo intensamente sullo stesso argomento. Non ne avevo la certezza e non volevo disturbarla con domande ora inutili, ma avevo la sensazione che quella cena un pò casuale, avrebbe avuto sviluppi importanti sulla nostra esistenza. Giunti a fondo valle, ripercorremmo la stessa strada, ad una velocità da pensionati...E infatti...
Con il finestrino mezzo abbassato, il rumore sordo della vecchia Alfa si mescolava allo stesso sonoro e melodico fruscìo dell'acqua del torrente, che proseguiva il costante suo incedere verso chissà quale bacino più ampio. Ma era una musica naturale differente da quella udita nel tardo pomeriggio, come se la notte avesse aggiunto al lento scorrere, una ritmica più udibile, forse addirittura aggressiva, quasi che l'acqua volesse essere percepita come la protagonista assoluta, signora e padrona, nell'oscurità della valle.
Ancora quel ponte, ancora quel cartello. No! Niente scorciatoie, tornai da dove ero venuto. Sulla strada, nessun'altro all'infuori di noi, unica traccia di vita il transito beffardo di una anziana volpe , dal pelo maltenuto e dall'incedere sghembo, chiramente affetta da zoppìa. Chissà, magari per lei la cena sarà stata meno gradevole della nostra e forse qualche cagnaccio insonne, di guardia al pollaio, l'avrà colta sul fatto azzannandole quell'arto ora decisamente compromesso. Storie di vita nell'oscurità, mescolanza di vissuto umano e animale, intrecciato per un'attimo in un'incontro casuale sulla strada del ritorno, di ognuno al proprio pertugio notturno. Sarà stata mezzanotte, quando, prima di arrivare a Quero, cominciammo a sentire della musica che proveniva dall'esterno. Ecco cos'era il trambusto nella piazza. Forse le note arrivavano proprio da lì, ma era così tardi...

Capitolo 10

Impressioni

...quasi un'animaletto attratto dal pifferaio magico. Questo mi pareva d'essere , mentre percorrevo gli ultimi chilometri che ci separavano dal centro della cittadina, attirato dalla melodìa che arrivava indubbiamente dalla piazza.
La notte querese ci accolse col solito vento già incontrato nel pomeriggio, ma ora era divenuto brezza tiepida...il tepore ventilato della prima notte d'estate. Sulle stradine secondarie, che avrebbero dovuto condurci al centro del paese, una moltitudine d'automobili parcheggiate a bordo strada, prigioniere delle transenne poste a divieto d'accesso, per tutta la serata.
La sosta era ormai cosa obbligata e la mia Gian mi prese per mano, mentre i nostri passi conducevano verso una piazza divenuta ormai melodica attrazione. Il cartello che indicava Via Cavour, fu teatro di uno schiocco forte. Un bacio sulla bocca , quasi imbarazzndoci del rumore provocato, avvinghiati ancora l'uno all'altra, davanti ad un grosso crocefisso in ferro battuto. Ci guardavamo attorno, arrossiti come due adolescenti, rei ed impauriti d'esser stati scoperti nel gesto attentator d'ingenuità o che uno sguardo inopportuno avesse rubato l'immagine di quella scena fanciullesca di due amanti per la vita.
La piazza ci accolse gremita.Erano centinaia le persone assiepate nel moderno anfiteatro, assorte nell'ascoltar melodìe d'autore degli anni d'oro del rock melodico italiano. Ci pareva strano che in quell'ora notturna nessuno lamentasse la presenza d'un concerto in piena regola, a pochi passi da case abitate d'assonnati cittadini queresi. Poi tutto fu chiaro. Al centro della stramba fontana, un parallelepipedo, montato ad arte ed ornato di luci, colori e rumori , adagiati sull'acqua zampillante e limpida, ma protesi simbioticamente verso il cielo stellato. Su di esso una proiezione argentea tracciava, sul telo teso, illuminato di blu elettrico, la scritta "Buonanotte in note".
Quella serata e la notte che ancora ascoltava quel tripudio di musiche mai scordate da noi giovani del '50, aveva portato in se una serie di gruppi musicali locali, interpreti di repertori nostalgici. Al nostro arrivo, sul piccolo palchetto in legno, allestito sotto la cornice adombrata del grande salice, nel verde della piazza, la fioca luce dei proiettori di tenue luce, dalla calda cromaticità, suonava la Radar Band. Una serie lunghissima di ricordi mi pervadeva, ascoltando testi Nomadi, Mogol-Battisti, Vecchioni...ma...L'ultimo brano in scaletta, scatenò il cuore a mille battiti, ripensando alle decine di "morose" in gioventù, nella 600 amaranto, sul sedile accanto a me. Quelle gonne così corte, che ancora mi sembrava di rivederle. La bella mostra di ginocchia accavallate, sopra cosce tornite e marmoree, delle giovani amanti della riviera romagnola. Tutti quei pensieri, quasi da coprir gli occhi con le mani, perchè il luccichìo non arrivasse alla Gian. Lei, che fu ultima ed attuale bellezza, su quei sedili in pelle antica... vecchi ma non "consumati", da mille storie d'amore e passione, vissute in un turbinìo riassunto in reclinati ricordi di reclinabili e complici sofà...
<<Quante gocce di rugiada intorno a me...cerco il sole ma non c'è...dorme ancora la campagna attorno...>> Era l'anno 1971 e la Premiata Forneria Marconi, suonava per noi giovani rampanti, il nuovo rock progressivo, affiancando le nostre serate, divise tra divertimento, balere, donne ed una musica spinta, levigata dalle note di violino, che, ricordo bene, iniziavo a preferire ai mitici Genesis. Lo ricordo bene, perchè a quel festival di Viareggio diedi il primo bacio vero. Ora come allora adagiata sulla mia spalla una ragazza dagli occhi verdi, che con uno sguardo mi ha fatto innamorare ed ora, con la stessa audace smorfia, su qualche invisibile ruga in più, mi ricorda che questa nostra "Impressioni di Settembre" è invecchiata senza che il tempo l'abbia resa antica. Era il 1971, eravamo testimoni d'un mito, nella città del carnevale, che mi consacrò corridore. Chi se lo ricorda il nome di quella corsa su strada, campionato nazionale vinto!? Chi se ne importa! Se in questa piazza bellunese rivedo stanotte,tutta la mia storia, senza versare lacrime di nostalgìa, vuol dir che tutto è come allora. Se non campione...felice corridor di mezza via.

http://alexgeronazzo.blogspot.com/

“La fine non è scritta…la corsa continua…
Continuo rincorrer altri,superar se stessi.
Ricerca del finale degno,di noi attori…
Scritti della vita, che corre e va, inventando fantasiosi epiloghi…”
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Re: "Il corridore di mezza via" : IL ROMANZOWEB

Messaggiodi ArGo » 18 ago 2010, 14:40

Capitolo 11

Salto nel tempo

...sdraiata sopra la stuoia in vimini, la mia Gian prende il sole. E' il primo assaggio di caldo primaverile, che la valle offre alle nostre membra intrise dell'umidità, del primo inverno passato al nord. Ne è passato di tempo...Pare ieri che pensavo al '71, seduto sui gradini di Piazza Marconi, ad ascoltare musica nostalgica. Eh sì , la decisione presa la scorsa estate , pur sofferta, liberandoci del casolare della campagna bolognese, è stata una piacevole sorpresa riservataci dal destino strano della vita. Eravamo partiti dalla terra dei tortellini, per venire a correre sotto il Grappa ed ora ci ritroviamo padroni di noi stessi, proprietari di questa bella piccola casettina in val di Prada. Chi l'avrebbe mai detto? Nei giorni successivi la corsa di Campo, anziché ritornar subito a casa, abbiamo voluto riprovare il sapore genuino della cucina sotto "il castello". Quel cartello "VENDESI", apparentemente abbandonato ad un destino di stantìa vita, è stato artefice della svolta. Trascrivere un numero di telefono, quasi per scherzo, per poi tornare a toglier la scritta nemmeno una settimana dopo. Così, da quasi un'anno siamo anche noi due, un poco bellunesi. Certo, il trasferimento è solo un periodico svago, che ci consente di evadere dalla nostra terra natia, ma allo stesso tempo ha il sapore di un innamoramento senza precedenti, caduto dal cielo, come una meteora impazzita.
Eppure in questi pochi mesi, allenandomi sui sentieri, lungo le dorsali di questa bella valle, ho avuto modo di riflettere sul valore che ha la natura, nella mia vita. Il poco tempo passato in ambiente montano, per un'ometto di mezza età, che come me ha sempre preferito correre e trascorrere il suo tempo, tra le piane, l'asfalto ed i lungomare romagnoli, mi ha esposto a sentimenti puri, di attaccamento ai monti, alla roccia, al cielo visto da più vicino.
Mentre io penso alla mia nuova residenza vacanziera ed al tempo che avrò ancora per viverla nel pieno della sua collocazione brada, la Gian si è appisolata ed io la vado a coprire con un lenzuolino steso, ormai asciutto, poichè la sera, quì, porta un certo freschino, da qualche minuto anche oggi sopraggiunto.
La piccola terrazza in legno di rovere, o forse chissà di che altro legno, diviene ogni sera uno spazio di meditazione, quasi sempre nell'intimità di noi due soli, perchè quì la gente ti schiva, con lo sguardo di chi non dà confidenza, finchè non è sicura che sei venuto per amare la sua terra. Pazienteremo... e nel frattempo, di tanto in tanto, invitiamo i nostri amici della Romagna , per qualche week end da "foresti" in valle di Schievenin. Oltretutto, lo scorso anno, alla corsa di Campo, abbiamo stretto maggiore contatto con Giacomo ed Assunta, che già un paio di volte sono tornati quì, nostri ospiti e ciceroni, in lunghe passeggiate tra l'ambiente delle Prealpi del Grappa e qualche escursione sulle Dolomiti, sempre alla ricerca di qualche nota storica, impressa nei tratti ancora così selvatici di una montagna che è una miniera di sapere. Eh già , dicevo della Campo-San Daniele-Campo. Passano i mesi ma la ricordo come fosse stamattina. Ogni singolo anfratto, rigagnolo, sentiero o ceppo di rovi, mi è rimasto nel cuore e non di rado ci torno e la rifaccio solo, nel silenzio di un luogo che solo un giorno l'anno si fa corsa, con vociare intenso, multidialettale e con lo strepitìo delle centinaia di scarpe trail, a calpestare i dieci chilometri ed oltre.
Toh, la Gian s'è svegliata e che mi chiede: < Pino, perchè non torniamo a mangiare la pizza, ad Alano,...non ci siamo più andati da quella prima sera e vorrei ...se vuoi tu!?>.
Come non accontentarla, l'aria di montagna l'ha resa ancora più bella, asciugata sui fianchi e quasi più "tondeggiante" davanti. Forse non ho più l'età per pensar troppo all'amore diretto alla carne. Forse il fascino del luogo mi fa vedere ciò che magari non è o non è cambiato per nulla. Ma perchè non poter credere che la vita e tutto il resto non sia divenuta migliore, da quanto abbiamo "puntato" a nord. Il telefonino squilla, quasi a rompere il silenzio solenne della valle, percepito come un fastidio...ma rispondo volentieri perchè leggo "Giacomassunta" sul display.La Gian quasi sembrava se la sentisse. Sono quassù anche loro, al solito ostello alanese. L'occasione è ideale per una pizza in compagnia, magari a parlare di corsa e della corsa che ci ha fatto conoscere, giacchè da qualche tempo pure loro hanno cominciato a partecipare alle garette domenicali.

Capitolo 12

Ricordi

<Solito tavolo Ezio, siamo in quattro!>.Ormai sono di casa quì ad Alano, la gente mi riconosce; "el bolognès" mi chiamano. Curiosamente mi è stato più facile stringere rapporti con le persone della conca, piuttosto che con i valligiani. Sia io che la Gian però sappiamo che è questione di tempo.
Ci siamo dati appuntamento con "i bressiani", per le nove, "armati" della pazienza tipica e prevista, da chi viene a degustare la pizza de "I cacciatori". Alcuni la ritengono tra le più buone della zona alto trevigiana. Sì, alto trevigiana, poichè pur essendo in provincia di Belluno, Alano e Quero sono quasi considerati territori della "marca gioiosa". E' lunga una vita la diattriba per cui i bellunesi ritengano la zona , nel trevigiano e viceversa...una terra di nessuno. ma noi quà ci siamo trovati bene da subito. Il cuore delle genti del posto è orientato verso un'essere montanari atipici, consapevoli di abitare in un teritorio che pare vivere soltanto sospinto da se stesso. La montagna è una buona parte della panoramica che il basso feltrino offre, assieme alla tipicità dei vari torrenti spesso in secca e di questi monti, tanto dimenticati dai potenti, quanto teatro delle lotte di libertà che il ventesimo secolo ha reso storia contemporanea. Siamo nella Conca degli Eroi e spesso ce ne rendiamo conto corricchiando i vari sentieri, sui quali non di rado si trovano ancora resti del passato bellico o manufatti ed opere che lo ricordano, quasi a segnare il passo con un passato che nessuno osa scordarsi.
E mentre io mi immergo in codesti pensieri, con la Gian che mi parla, di fronte al mio annuire visibilmente disattento, ecco arrivare gli amici lombardi.
<Alla buon'ora signori!> esordisce schernendoli, la mia irridente metà.
Mentre attendiamo il frutto della maestria del pizzaiolo, io e Giacomo ripercorriamo chiacchierandone, i momenti che un'anno fa ci videro in corsa a Campo. Le nostre donne, non vollero correre e neppure passeggiare, ripercorsero a ritroso il tragitto della gara, nell'intento di ritrovarci a metà. E' ovvio che tra una parola e l'altra ce le ritrovammo innanzi a meno di 2 km dall'arrivo, pure in dolce compagnia di alcuni signorotti locali, intenti a far opera volontaria nell'aiutare ad attraversare un guado, i vari partecipanti. Aveva piovuto il mattino della corsa e il torrente Calcino aveva messo su quei cinque/dieci centimetri di acqua oltre il normale, ragion per cui ci trovammo a guadarlo in due brevi tratti. Beata iingenuità...Neanche un paio di scarpe di ricambio, eppure il volantino e le indicazioni erano chiare. Vabbè, i soliti turisti della corsa su strada, traditi dalla distrazione del fascino montano.

Capitolo 13

Pronti partenza...pizza!


Quel pomeriggio, la pioggia era divenuta sempre meno fitta, sino a scomparire un paio d'ore prima della partenza, quando le operazioni di segreteria erano già state avviate e nel cielo dorato da un sole pallido ma già caldo, appariva uno sbiadito arcobaleno che sembrava far da corollario ad una manifestazione già in piena attività. Infatti l'acqua caduta per tutta la mattina, non sembrava aver scoraggiato chi aveva deciso di partecipare alla "San Daniele". Un'ora prima della partenza il parcheggio principale era già pieno e vitale, con quel miscuglio di dialetti e voci che parevano un romantico strepitìo, da ascoltare assorti. Tute e borsoni multicolore, appoggiati a terra , ai piedi dei bagagliai delle auto, mettevano a nudo la grande varietà del popolo che corre. Ognuno intento a passarsi la crema per i muscoli o i vari unguenti sui capezzoli o all'altezza dell'inguine, tra le coscie nerborute dei fisici allenati, di vari atleti. Come sempre non mancavano i cosiddetti tapascioni, con la vecchia tuta spelacchiata, stile anni '80, con quel pò di cuscinetti adiposi, a conferma delle poche pretese agonistiche, della voglia di correre guardandosi attorno e magari, o forse soprattutto, con l'augurio di trovare all'arrivo un pasta party abbondante, con qualche sorpresa culinaria del posto.
A mezz'ora dal via, la zona iscrizioni era completamente sommersa di gente. La quattro fanciulle dei tavoli adibiti, con varie corsie preferenziali e non, letteralmente assaltate da una moltitudine di arrembanti e scalpitanti corridori. I più forti o quotati, al solito avevano già addosso pettorale e tenuta portacolori della società, vuoi per una preventiva e-mail di pre-iscrizione, vuoi per quell'abitudine ad arrivare ai nastri di partenza di buon'ora per poter organizzare meglio il pre gara, vuoi forse per qualche via facilitata dall'essere il top del movimento...ma in realtà gli organizzatori non parvero tipi da favoritismi. Alla partenza. prevista per le cinque e mezza pomeridiane, ci trovammo incanalati nel vialone, ornato con stendardi, gazebo e gonfiabili dei vari sponsor, alla fine del gruppone dei podisti, appena qualche metro avanti ai "bastonati" della camminata nordica.
Pochi minuti al via, attendendo come da tradizione della corsa, il suono proveniente dall'altissimo campanile , con lo speaker intento a spiegar di sentieri e tattiche da seguire per far bene. Un parlare continuo, casereccio ma tecnicamente oculato, che non lasciava nulla al caso, spiegandoci tutto il necessario per non perdere o perdersi.Meno dieci...nove...otto..sette... <Por chi es la caprissiosa segnori...?> Per i ricordi posticipiamo.... dopo quasi un'ora ecco la buena pizza, anticipata dal brasilero accento della cameriera...He he, ora si mangia!

Capitolo 14

Trote in fuga

Ai bordi della strada molta gente incuriosita ci guardava, alcuni con vivo interesse, altri quasi puntigliosi nell’osservarci curiosamente, quasi che noi, folla multiforme e pluricolore fossimo un fenomeno raro a vedersi. Sentivo la voce dello speaker arrivare a me quasi in ritardo, come se chi mi stava davanti formasse una cortina audio protettiva, che filtrava i suoni ritardandone il percepimento al centro del groppone.
Lì davanti un paio di magrebini affiancati da alcuni dei più noti specialisti della corsa montana locale, sgomitavano per tenersi salda la posizione d’avanscoperta . Tra me e me pensavo a quale potesse essere l’emozione di chi corre per la vittoria, in uno scenario che meriterebbe la visione rallentata, anziché una lunga rincorsa al podio a testa bassa. Tant’è, emozioni per me passate da anni e non più problema mio. Ricordo bene le parole del commentatore tecnico, che presentava il percorso così: <…la strada sale, sale, sale, prima che il dirupo impenni il sentiero ancor più all’insù…Poi d’improvviso la vetta e senza respirare la valle incomincia a scendere giù, giù, giù…>. Prima della partenza potevano sembrar parole banali, buttate lì per far passar secondi ed invece poi…
Inghiottisco l’ultimo boccone di pizza e lo bagno d’abbondante birra analcolica e sono pronto a ricordare la corsa con Giacomo, che quel giorno tentò i suoi primi passi a ginocchia levate, fino ad allora attivi soltanto a ritmo di cammino e forse non ancora preparati ad aumentar cadenza.
Ripenso il finale del conto alla rovescia…il tre…due…uno…Partiti! Niente spari, niente starter armato. Non posso scordare l’emozione della partenza, col cuore in gola, emozionato come non mi accadeva da molto tempo, quasi che il fascino della montagna, fattasi corsa, mi avesse messo addosso una sensazione di novità assoluta, di ritorno alle origini del mio correre, quando bambino venivo portato ai meeting di atletica da papà, che avrebbe voluto divenissi uno sprinter come lui. Invece no, mezzofondo per una vita, molta strada e poca pista, molta competizione e poche soddisfazioni, fino ad arrivare a correre qui, tra valli e monti.
Una volta dato il via , la curva subito a sinistra segnava la vera e propria partenza, distaccati dal centro del paese e dagli sguardi dei curiosi. In quella prima breve parte “cittadina”, solo alcuni anziani del posto affacciati alla finestra o comodamente seduti sotto i pergolati. Pochi ma entusiasti della nostra presenza, con un battere le mani che solo la grande emozione faceva sentire caldo e sincero a dispetto dell’esiguo rumore provocato da così poche mani. A terra erano tracciate delle frecce con la vernice tricolore e scoprimmo poi, che tutto il percorso era segnalato così., con i colori della patria Italia. Ci avrò messo cinque minuti a raggiungere quella madonnina…Un piccolo capitello in curva, che avrebbe segnato l’inizio di una ascesa, tanto breve, quanto intensa.
Quasi scordavo i miei compagni di avventura. La Gian e Assunta, come premesso rinunciatarie, ma Giacomo era lì, al mio fianco, tenacemente aggrappato al suo intento di poter stare al passo con me. Certamente ora la giornata proponeva un cielo azzurro, con qualche sporadica nuvoletta residua, che lasciava vedere o intravedere tutto quanto questi dieci chilometri proponevano all’uomo che corre. La salita, presentata da un ripidissimo tratto in cemento,( posato evidentemente lì, da chi fruisce della strada carraia per risalire in auto verso chissà quali propri possedimenti o impegni boschivi) non tardò a farsi sentire pesante sulle gambe poco allenate d’un podista di pianura e chiaramente peggio ancora su quelle d’uno storico che mai aveva risalito i monti di corsa. Il primo spianare ci venne i soccorso, ma ormai il passo era compromesso da una partenza troppo vigorosa. La cadenza costantemente rallentante ci permise però di guardarci bene attorno. Eravamo immersi in una vegetazione fitta e rigogliosa, tra piante ed alberi sani che ornavano il paesaggio d’un verde scuro intenso, quasi cupo, che nella penombra della valle dava un senso di quiete assoluta. Non fossi stato in gara, mi sarei seduto rischiando d’assopirmi all’orma d’una qualche betulla dei radi prati che via via si incontravano sopra la scarpata della strada. Dopo circa due chilometri Giacomo estrasse dal camel bag la macchinetta fotografica digitale e prese ad inquadrare il fondo valle. Di laggiù giungeva il riflesso del sole che si specchiava su uno specchio d’acqua, raccolto in grosse cisterne di cemento, di forma rettangolare, curiosamente collegate tra loro, a formare un zig zag, interrotto soltanto da delle paratìe in ferro, che comunque da così in alto non riuscii a distinguere bene. Noi gente di pianura a volte facciamo domande che ai montanari paiono stupide…peraltro immagino che a parti invertite…Infatti Giacomo mi chiese se avessi capito di cosa si trattasse, ma io con l’espressione ebete di chi si sente l’ignoranza addosso, più che farfugliare sconnesse teorie, non potei.
<…L’e na peschiera , siori bei>. La vocina d’un anziano partecipante, credo locale, che ci seguiva a breve distanza, ci tolse ogni dubbio.<La ringrazio!> educatamente replicò Giacomo; non so se più grato dell’informazione ricevuta o più infastidito dall’esser parso sprovveduto.<Ma che pesci ci allevano?> decisi d’approfondire io. Il signore sapeva che l’avremmo chiesto, poiché in una frazione di secondo, quasi prima ch’io finissi, rispose: <I arleva le trute, anca se qualcheduna la ghe scampa in tel Tegorz> volendo dire in dialetto stretto del posto, che vi si allevavano le trote , ma che alcune riuscivano a superare le barriere in ui l’uomo le imprigionava, fuggendo nel torrente, il Tegorzo. Questa breve chiacchierata ci riportò con i piedi per terra…salita era prevista e presto la strada riprese a salire.

Capitolo 15

"Incontri pericolosi"

Col passo stanco, ma lentamente deciso a risalire i primi pendii impegnativi della mulattiera, continuavo la risalita. Il chilometro due era appena passato ed era terminato un tratto nascosto stto la fitta vegetazione, che portava un'ombra rinfrecante ma pregna d'imidità. La pioggia aveva appesantito un pò la terra, ma il fondo ghiaioso ed i molti sassi che coprivano il manto sconnesso della ripida prima ascesa, consentivano di non scivolare minimamente . Non so se dirlo con una certa soddisfazione , oppure no, ma man mano che risalivo la montagna, Giacomo perdeva terreno, ansimando pesantemente, tanto da rendermi perfettamente conto, senza dover voltarmi, di averlo ancora dietro. Ma appunto quel rantolo, accompagnato da un respirare cadenzato ma affannoso, andava lentamente affievolendosi al mio udito, finchè non lo sentii più. <Accidenti!> esclamo una donna che mi precedeva. <Cosa succede signora?> chiesi preoccupato dal tono marcatamente pensieroso della signora. <Guardi là!> e si fermò di colpo, tanto che, col dovuto rispetto mi appoggiai da dietro alle sue terga. Pur nella mia ormai discendente virilità , arrossii di colpo, scusandomi mille volte, per il gesto non certo galante. Ma che ci potevo fare?! Aveva frenato la corsa così repentinamente che non ebbi tempi di reazione per evitare il contatto. <Si fuguri, non è successo nulla. Piuttosto preoccupiamoci di spaventare quella serpe verde chiaro>. Incominciai a ridere, quasi non rendendomi conto che potevo apparire offensivo, peraltro nuovamente. Era un innocuo ramarro, molto diffuso in questa zona, che se ne stava dorso all'aria, a riscaldarsi la pelle al sole, che picchiava sul grande masso sotterrato a centro carreggiata, che per lui doveva essere come una specie di piattaforma solarium. Gli tirai un sassolino e senza neanche accelerare così tanto, scomparve sotto la siepe formata da un fitto "pungitopo", a bordo strada. Nemmeno il tempo di riprendere a correre e la valle spiana la strada, dimezzata da un corso d'acqua minuscolo, che scendendo da un dirupo, in piccole cascate che incantano l'animo con una musica tutta loro. La piccola sorgente è parzialmente incanalata in un tubo metallico, vagamente visibile, nascosto dal muschio della piccola conformazione rocciosa che fa da parete naturale al cambio di direzione della via in ascesa. Lì, silente ma viva, una fontana ricavata con delle pietre ed un tocco di cemento appena accennato, appare come un primo naturale ristoro idrico. Come non fermarsi? Come facevo da bambino, attacco le mani l'una all'altra, col palmo rivolto all'insù, formando una conchiglia in pelle rosea che è più di quanto possa desiderare un assetato privo di bicchieri alla portata. Bevo! Fresca, dal gusto selvatico, chissà poi se veramente potabile. Chi se ne importa, in fondo mal che vada avrò capricci di stomaco, ma intanto non ho più la sete di prima. Beato nel mio esser dissetato, faccio per riprender la corsa, mentre la ragazza di prima , proseguendo spedita non saprà mai cos'ha perso...Scordavo una cosa...Quasi dimenticatomi di lui, sento un tocco sulla spalla. <Pensavi di scapparmi? Ho detto che devo starti dietro e per Dio non ti mollo caro ragazzo. Rassegnati!>. Maremma...Ho di nuovo il lombardo alle calcagna!

Capitolo 16

"Ristori abusivi"

Ancora non eravamo al terzo chilometro e ci pareva di essere partiti da una eterntità. Ultimi non eravamo e comunque, in coda al gruppone, un nugolo di passeggiatori accompagnati dal cicerone locale, Daniele, ci avrebbe segnalato al suo eventuale arrivo, se la nostra corsa stesse diventando "passo". Cominciavo a sentire un pò d'ansia pervadermi, perchè già pensavo alla parte di sentiero che avremmo affrontato e che nel mio immaginario attendevo, ritenendo essere la parte più fascinosa del percorso. Sul sito internet, quel passaggio era descritto in maniera minuziosa, ma con il punto focale incentrato sul fatto che da lì avremmo dominato la valle del Tegorzo. In realtà, come già detto, il torrente lo si era già visto nei tratti di strada aperta alla visuale laterale. Ora stavamo riemergendo dalla boscaglia, terminando un tratto di salita che ci portava ad una piccola radura, con l'innesto di insediamenti civili, forse abitati da villeggianti o adibiti a casetta per le scorribande del fine settimana. Sta di fatto che quella semicurva che ci appariva davanti aveva in pochi metri, il riassumere della quiete. Un piccolo pino verde e chissà perchè mi viene in mente qualcosa di ben noto a me stesso? Il bosco che presentava una parte iniziale inerbata, con qualche castagno e alcune floride betulle dalla chiara corteccia. Una serie di piantine di gialla margherita selvativa, quella detta "dalle foglie di radicchio", ornava questo giardinetto improvvisato dal creatore. La strada, nel curvare, presentava al di sotto una parte ripida, di cui neanche mi sarei accorto, se non mi fossi andato a poggiare sulla palizzata in legno, un poco "sgangherata", posta lì a protezione. Per la verità, lì sotto c'era solo un'accenno di valle che, per quanto ripida, era costeggiata da un prato ben tenuto, nel suo esser impervio. A quell'ora l'orecchio attento di chi ascolta i rumori, o meglio le sonorità della natura, poteva sentire i grilli intenti a comunicare tra loro, in un fitto "chiacchiericcio" che dava ispirazione a pensieri beati. Transitati di fronte alla prima casetta, ricavata in un pertugio incassato nella "scarpata" di inzio boscaglia, iniziava per noi, un bel tratto in "falsa" discesa, al cui lato destro, un filare maestosi di faggi o carpini,non ricordo bene, faceva da guard rail naturale. Ed ecco, dimprovviso al nostro sguardo, apparire il tricolore. Una costruzione di meno recente fattura ma dalle più ampie dimensioni, aveva in se, un pennone da alzabandiera, sul quale, la brezza primo serale, faceva sventolare il bianco, il rosso ed il verde. Un gruppo di persone a bordo tratturo, offriva acqua ai partecipanti, in una sorta di ristoro non ufficiale, ma certamente utile ai più. Non ci fermammo ma l'incitamento e la cordialità di quei signori , ci indusse almeno ad un saluto e ad una domanda interessata: < Save signori, fra quanto ricomincia la salita? Ne avremo ancora molta, prima del sentiero?> si prese la responsabilità di chiedere un Giacomo che pareva aver riacquistato la tonicità dei primi metri. Anche questa volta, non ebbe quasi il tempo di finire e ... <Al varde, par la salita pareceve che la e da drio la curva> quasi canzonandoci rispose il più anziano, forse colui che un tempo avremmo chiamato il capo famiglia, dicendo chiaramente che dietro la prossima curva si sarebbe ripreso a salire. Proseguì poi un biondo ragazzetto che faceva avanti ed indietro lungo la strada che percorravamo < Adesso salirete per circa cento metri fino al tornante . Lì, sulla roccia, hanno indicato il chilometro tre. Poi avrete altri cinquecento metri prima del ristoro...> e si fermò. Ma non resistette ed anch'egli al tono di simil scherno...riprese: < ...ma per arrivarci è la parte più ripida, divisa in due pezzi. Prima andate su quasi rettilinei , sarà un quindici o anche venti per cento di pendenza, per deuecentocinquanta metri. Poi, al tornante, prendete fiato perchè sono altri duecento buoni ma è pù pendente e pure di un bel pò>. Quel biondino ci aveva messo davvero in crisi, pareva la descrizione dell'ascesa al K2. Tant'era, bisognava andare avanti e riprendemmo subito verso l'agognato primo ristoro e poi via... sarei stato lì, dove il cuore mi diceva avrei goduto la miglior parte del giro. Tutto era estremamente esatto...Dietro la curva, la salita.

Capitolo 17

"Il solito cretino"

...Giacomo che mi passa? No, questo no! Alzo il ritmo, nonostante una pesantezza di gambe mai sentita. Il caldo , improvviso ed intriso d'umidità mi aveva fin quì stroncato ed ancora non vedevo il cartello dei tre chilometri. Ma non c'era null'altro da fare che tenere la scia del lombardo...In meno di un minuto mi aveva già dato cinquanta metri e lo vedevo lassù, che girava il tornante adombrato. Saranno stati duecento metri dal ristoro abusivo, ma sia fiato che gambe, non reggevano quella pendente stramaledetta strada. Improvvisamente avevo preso ad odiare quel tratto di "San Daniele", ma credo fosse più una reazione interiore all'onta di vedermi staccato dal semi debuttante che di lassù, mi guardava con un sorriso che gli troncava a metà la fossetta sul mento, rendendolo, se possibile, ancor più brutto. Finalmente c'ero anch'io. Quella scritta dipinta sulla roccia, col giallo senape, mi diceva che tra meno di un chilometro sarei tornato a correre sul piano, lungo quel sentiero ancora una volta tornato a impegnare i miei pensieri, facendomi immediatamente tornare ad amare questa corsa. La mente di un corridore di mezza via, specialmente se ofuscata dai fumi della fatica è estremamente ballerina, basta un nulla per cambiare umore, anche dieci volte in un' attimo. La pendenza pareva diminuire, ma le parole del biondino erano stampate in testa con inchiostro indelebile e quindi sapevo che di lì a qualche decina di metri avrei trovato il primo muro. Non ebbi nemmeno il tempo di pensarlo, che la contentezza di riessermi accodato al professore, si tramutò in consapevolezza che entrambi eravamo vittime dello stesso destino. Quel destino si presentò sottoforma di arrancante ansimare lungo un piano verticale, o perlomeno fortemente inclinato. Penso che fossimo attorno ad un trenta per cento di pendenza. Ci vollero oltre cinque minuti per arrivare al tornante seguente...sapevamo! Cosa? Semplicemente che da lì sarebbe iniziata la salita peggiore. nel breve scorrere di un minuto ci ritrovammo entrambi seduti su una pila di tronchi, ammassati a bordo strada, dai boscaioli che avevano fatto tabula rasa sul pendio che vedevamo, strabuzzando l'occhio dietro le nostre terga. Potevamo vedere la stessa nostra espressione stravolta, nei volti di chi ancora non aveva raggiunto il cambio di direzione, che pure sarà stato appena cinquanta metri dal punto in cui avevamo deciso di poggiare le nostre terga. Un'anziano, molto avanti con gli anni, ci passò innanzi, accompagnato da un bambina che avrà avuto non più di dieci anni e entrambi si aggrappavano ai bastoncini tecnici, per risalire quella, che più che una strada a noi pareva un incubo sotto forma di terra e sassi battuti, ma posti così obliqui da dare scacco alla nostra pur flebile volontà . Il signore ci guardò e fu il suo mezzo sorriso ironico a darci quella spinta d'orgoglio che ci fece sobbalzare da quelle scomode poltrone in legno fresco di taglio. Altri cento metri di sofferenza, ma che le gambe sopportarono con la forza derivata dalla derisione altrui. Finalmente! Su quell'albero in cima alla salita, campeggiava il cartello plasticato, "100m al ristoro!".
Sorridevano e versavano da bere, i due addetti. Con loro alcuni motociclisti, scesi con il trial da un'altra strada che arrivava proprio alla biforcazione, dalla quale noi avremmo intrapreso...non lo dico,sarei ripetitivo. Il ristoro era fornito di acqua, sali, thè freddo e mele tagliate a mezzaluna. Abbondante, come la nostra sete e la fatica che avevamo addosso.
Mentre mi incamminavo per riprendere la corsa sul punto più panoramico previsto, mi soffermai volgendo lo sguardo alla mia destra. Per la foga di rifocillarmi, non avevo notato la veduta che mi si apriva di fronte. Un'ampia valle solcata nel suo margine inferiore, dallo scorrere nervoso del torrente, poneva al di là dell'argine, di fronte a noi, in linea d'aria a circa quattro o cinquecento metri, un colle d'un verde scuro intensissimo, dalla forma vagamente di pandoro. Inerpicate sul pendio, piccole serie di case, formavano minuscole borgate probabilmente disabitate almeno in parte...Oltre la visuale nitida, sullo sfondo, alle spalle del colle suddetto, l'ergersi annebbiato delle vette dolomitiche, flebile visione contrastante col paesaggio verdeggiante che questi ampi colli formavano.
Ripresi la marcia , guardando il cartello verde che invitava a non gettare a terra i rifiuti. Nemmeno il tempo di lodare col pensiero, l'iniziativa, un personaggio di dubbia caratura ambientalista, lanciava verso fondo valle il bicchiere di plastica, ancora mezzo pieno d'acqua...Apriti cielo! Un coro di almeno cinque voci, per l'occasione baritonali , si levava al grido di: <...il solito cretino!>.
Mestamente l'inserviente rado crinito , dalla piccola statura, si avviò verso il dirupo. Un balzo prepotente e in pochi secondi il "mal gettato" era recuperato, tra impropèri vari e minacce di inseguimento al malcapitato consapevole sporcatore...




Capitolo 18

La forcella

Avevo ripreso a correre da poco più di cinquanta metri ed il sentiero di fronte a me si era fatto più stretto, quando mi resi conto di esser proprio lì. La mia fantasia aveva spaziato fino ad oggi, tra immaginari boschivi di svariata natura ma nel momento in cui c'ero arrivato, quasi me ne dimenticavo. Davanti ai miei piedi, la via da seguire era contornata d'erbetta verde a ciuffi. Oltrepassato il grande masso che faceva da angolo, un sole pallido ma accecante mi aveva improvvisamente sorpreso, costringendomi a mettere la mani sulla fronte a mò di tesa. La vegetazione sopra di me era piuttosto fitta, ma il sottobosco non era aspro e cosparso di pietre come lo avevo pensato. Uno strato verdeggiante di muschio e erba selvatica, costituiva un naturale tappeto, chissà quanto comodo per gli esseri che vi abitavano. Sotto di me un dirupo, non roccioso né pauroso, semplicemente un piano molto inclinato che scendeva facendo perder le tracce di se, dove si perdeva lo sguardo stanco ed infastidito da quella intensa luce del Re caldo. Man mano che andavo avanti, tra semicurve in sequenza e saliscendi brevi ed intensi, mi sentivo quasi invadere da un senso di quiete. Correvo meditando sul nulla. Eppure attorno a me, le presenze quasi inopportune di addetti alla sicurezza e degli altri atleti erano assai rumorose. Il crepitìo dei sassi smossi dal passo trascinato dei tapascioni come me, le urla nel silenzio di chi avvisava di passaggi pericolosi da affrontare e un rombo, che lentamente sentivo aumentare di intensità. Ma come? In tutta questa pace una moto trial, interrompeva il mio idillìo col paesaggio. Eh sì, la moto staffetta, intenta a rimanere a debita distanza dai corridori, mi si avvicinava in fretta. Forse qualcuno s'era fatto male!? Non so, ma quando me la vidi passar di fianco pensai d'esser passato improvvisamente, da corridor di mezza via a ...corridore in mezzo alla via. Non mi piacque vedere il mezzo motorizzato, francamente fuori contesto, ma cercai di esser ragionevole e capirne le ragioni della presenza. Non sapevo cosa mi aspettava di lì a poco. Il sentiero si inerpicò improvvisamente, deviando sulla sinistra ed affiancandosi ad un paio di grossi pini. Ora la traccia, visibile per il costante palesarsi di tricolori frecce indicatorìe, ma rada sulla pietraia di cui era composto il terreno, mi portava in costante salita , verso un qualcosa che non potevo immaginare, poichè il paesaggio era molto diverso da prima. Capii d'un tratto, che qualcosa stava per succedere e che avrei incontrato delle difficoltà. Chi mi precedeva, in fila indiana, s'era fatto d'improvviso più vicino alle mie punte. Poteva essere aumentata la mia andatura? Scartai l'ipotesi dopo una frazione di secondo che ci avevo pensato.Avevano rallentato. Vidi circa venti metri avanti, la colonna intrupparsi, ai piedi di una deviazione a destra. E che deviazione! Penso che si salisse a quasi 60°. Certo, il tratto era breve, ma davanti a me, un signorotto sulla cinquantina diede l'idea dell'asperità, rivolgendosi al cameraman piazzato proprio sulla cima "dell'arrampisalitone", così: < Non vorrete farmi credere che quì Fregona è salito correndo?>. L'addetto video rise e semplicemente rispose: <Coraggio...dai... su che siete al borgo e fra un pò c'è il gipiemme!>. In effetti quel cambio di pendenza abnorme durò poco, ma il conseguente tratto in piano non riuscii a correrlo e qualcosa vorrà dire. Mi trovai davanti al borghetto di cui parlava il ragazzo, una serie di tre costruzioni diroccate, in località Fobba. La terza unità era buia all'interno, ma ci misi il naso dentro lo stesso, incuriosito dal fatto che era l'unica ad aver salvo il tetto. Pareva incastonata nella rupe , ma il particolare che mi colpì fu il soffitto, costruito in pietra. Era edificato a forma sferica; un particolare architettonico unico, nella sua semplicità. Conclusì, tra me e me, che doveva essere stata la cantina. In quel momento , guardandomi avanti, vedevo il percorso salire su un tappeto di fogliame secco e il fruscìo che conseguiva alla corsa, scandiva il passo di chi era poco avanti o poco indietro...Attraversata la stretta valle, dominata sopra le nostre teste, da un'ampia parete rocciosa, o forse da un grosso masso, non ricordo bene, si iniziava a risalire l'ultima parte di quello che poi recepii essere "el troi dei todeschi". Un sentiero costruito e battuto dai tedeschi durante la grande guerra. Guerra? Storia? E Giacomo; dove si era cacciato? Scavalcai il gradino naturale che costituiva l'ultimo grande ostacolo in salita e ancora la luce...Il bosco spariva, la via diveniva brevemente inerbata, vedevo di nuovo il cielo, uscendo dalla vegetazione....
Udii...: < Ti muovi?> .
Oh santa polenta...!Il lombardo mi aveva lasciati indietro ed era lassù, sulla forcella, costretto ad aspettarmi. Dove e quando mi avesse passato e staccato, proprio non so.
Perso nella perlustrazione di luoghi ed emozioni, avevo inconsapevolmente continuato a sognare quel mitico tratto di "San Daniele", non curandomi della realtà.
La forcella , Giacomo e le bandierine appese allo striscione sul gran premio della montagna, mettevano fine ad un capitolo della storia di questa corsa ed ero già pronto a vivere la discesa nella Val Calcino. Com'era passato in fretta il tempo!? Ero ormai a metà...non so, quasi emozionato e forse deluso dall'andar del tempo, che era forse colpevole di sottrarmi emozioni che temevo non avrei vissuto più.

Capitolo 19

San Daniele

Mi ero appena lasciato alle spalle il fotografo e la forcella, quando le mie ginocchia fecero uno strano rumore, emettendo peraltro uno scricchiolìo anomalo. In quel mentre, una sorta di scossa partì dalla metà dell'arto inferiore destro e inizio vorticosamente a risalirmi l'ossatura. All'altezza del collo parve essere passato, tuttavia pur non dolendomi, quel fastidio improvviso continuava ad aleggiare, quasi impandronendosi anche del mio cervello. Nello spazio brevissimo di qualche secondo, una enormità di emozioni e sensazioni negative si erano impossessate di me, quasi a farmi distogliere da quanto di meraviglioso avessi attorno. Giacomo era assuefatto dall'esssere in corsa, dentro a questo avvallamento eroso dall'acqua e dal tempo, che pareva una sorta di naturale trincea. Ma non era il caso di perdersi in pensieri e chiacchiere, poichè il fondo scivoloso, oltretutto formato da pura roccia interrata, poteva divenire una trappola micidiale in qualsiasi momento. Le mie giunture ne avean appena dato prova ed io, confidando nel carattere casuale e passeggero di quella fitta inaspettata, decisi che era il caso di concentrarsi a fondo e di non distogliere sguardo e mente dalla pavimentazione del sentiero. Ora infatti, l'umidità s'era trasformata in vero e proprio rivolo ed infatti, a terra, il muschio strappato dall'argine laterale della traccia, indicava una recentissima scivolata. Un balzo e via, proprio all'altezza del quinto chilometro, un gradino formato da un masso di circa mezzo metro, ridava il via al terreno battuto, magari un pò fangoso. Nemmeno il tempo di reagire bene alla benevolenza del percorso, che ci trovammo di fronte alla scritta "DISCESA PERICOLOSA". Un addetto alla sicurezza ci invitava a rallentare ed a prestare molta attenzione. Puntuale, dietro la semicurva, si celava una minaccia in forma multipla. La radice d'un albero, attraversando un sentiero era divenuta l'appiglio ideale per l'avantreno delle motociclette, che quì avevan lasciato segni di passaggio tangibile. Ennesimo saltino e subito a seguire, la brutta visione di tre solchi stretti e profondi, parallelamente a distanza brevissima l'uno dall'altro, che mettevano rischio chi distrattamente vi fosse arrivato innanzi a tutta. Lì proprio non si dovevano avere indecisioni di sorta ed aver dato retta all'omino rallentante era quantomai stato utile. Passarono indenni quella nuova insidia, la prima che la montagna non aveva generato in proprio. La diattriba motociclismo, trekking o trail è talmente lunga che lascio perdere la narrazione di tutte quelle bestemmie sentite da chi davanti e da chi dietro, ad indirizzo dei centauri trail. Lo zigzagare che venne subito dopo, in mezzo al alcuni pini, era la naturale anticipazione al borgo. Sì, il borghetto nel quale decine d'anni prima era stata sconsacrata l'antica chiesetta, ormai ridotta ad un cumulo di macerie, con la parete d'entrata sorretta da un precario palo di legno quasi marcito a sua volta. Riconoscibile dalla forma tipica a mezzaluna della finestra d'impronta cattolico-edilizia, la prima costruzione era appunto la chiesetta di San Daniele, divenuta begli anni 50/60, anche ricovero per gli animali di Franz, il burlone del tempo, gigantesco nell'immagine, ma modestissimo nei contenuti, d'uomo sempre alla ricerca dello schernire il prossimo. La guardai bene correndo, così come osservai il resto dell'antico nucleo abitativo. Fuori dal cortile, l'entrata in salita si trascinava su una pavimentazione in acciotolato ed era quindi una di quelle tracce della via romana indicata dal depliant. Prima che il percorso prendesse il sentiero che deviava verso il basso, prendendo la direzione destra, ci trovammo davanti altri volontari ed una giovane infermiera, giunta sul posto per eventuali interventi in primo soccorso. Se tutto era come descritto in rete o nella brochure, ora iniziava una parte a me consona, col sentiero tecnico a scendere, sino al guado del calcino. Molti, moltissimi sassi ed una vena risorgiva, rendevano impossibile l'aspetto lindo di chiunque, a fine corsa. La sassaiola ricoperta da un basso e lieve scorrere d'acqua sorgente era ancora un ostacolo considerato e segnalato come passaggio pericoloso. Ora sì che avevo staccato Giacomo e mi sentivo di nuovo in forma...ma sapevo che comunque a fine discesa, lo avrei aspettato, così come aveva fatto lui per me sull'ultima asperità. Campo e San Daniele, li avevo visti. L'indomani sarei andato a visitare i boschi del circondario, nel frattempo il mio unico scopo era di correre sino di nuovo a Campo.


Capitolo 20

...fino alla fine

Una vecchia casa di ampie dimensioni, dal soffitto crollato, appena dopo un bivio ben segnalato, faceva capire bene che un tempo la gente si era spinta ad abitare sino a quì. Da lì in poi il paesaggio nel sottobosco pareva mutare, con un sentiero più largo e dal fondo ben battuto e facile da correre. Una discesa dolce accompagnava i miei passi lungo i filari di faggio e carpino… Forse m’ero illuso perché d’improvviso, dietro ad una curva preceduta da un grosso cespuglio di rovi, peraltro ben potato, appariva un piccolo avvallamento. Un rigagnolo vi scorreva centralmente, scendendo dall’ampia roccia semi adagiata sul crinale, quasi come un naturale toboga, scivolo di antichi tempi. Superare quel fazzoletto di sentiero, senza compiere il balzo visto far da chi mi precedeva, aveva significato inzuppare scarpa e caviglia d’acqua e terriccio, rendendo il mio passo ed il mio umore un tantino più pesanti e nervosi. Prima del guado, preceduto dalla grande casa poi scoperta come “tana della strega”, attraversammo un lembo di crinale sovrastato da una parete rocciosa sporgente in avanti ed attrezzata per l’arrampicata. Mi ci ero soffermato un attimo in più, affascinato da quel suo esser maestosamente inserita in un paesaggio sin lì intriso di fitta vegetazione, che poco parea avere a che vedere con quel suo esser rude preludio dolomitico. Il guado, primo dei temuti attraversamenti, non fece paura, con quel suo essere quasi totalmente in secca nonostante la pioggia caduta, che evidentemente non era stata così efficace, da alimentare il lievitare dell’acqua. A pochi metri il Pont de La Stua, ove era posto il secondo ristoro. Mi fermai…Mentre bevevo un sorso di quel fresco integratore salino, ero però attratto da quella lapide , vicino al caratteristico capitello a Maria. Pochi uomini avevano lasciato lì il segno del loro vivere, fulminati dallo scoppio infame di quegli ordigni che nel dopoguerra erano divenuti pezzi ferrosi ambiti dai ricercatori di “scaglie”; metallo che avrebbe dovuto portar miglior vita e che invece rivelò la sua fatale natura mortale. La piana la ricordo bene, lunga ed infinita, in principio immersa a dominio della valle verde, per poi, asfaltandosi sul nostro incedere, portarci ai primi nuclei di case coloniche. In men che non si dica avevo attraversato i due o tre borghetti ed il centro di Uson, di cui rammento il rumore gorgheggiante della centrale fontana. Ero quindi di nuovo immerso nella valle del Calcino, lungo una stradina sterrata che percorreva il fianco del torrente, a ritroso. Ecco quindi il secondo guado, con la cascata a due metri dai miei piedi. La musica creata dal tonfo dell’acqua nel mascone naturale sottostante è tutto ciò che serviva per riportare la mente sulla via dell’inebriante immedesimarsi con il luogo. Tanto era la concentrazione, che finii per non far caso all’attraversamento torrentizio e vi transitai giusto in mezzo rincarando l’inzuppata precedente. Lo stretto sentiero era ora un continuo e brevilineo cambiar direzione, sempre con quel rumore intenso prodotto dal cader delle acque, che pian piano andava scomparendo, per lasciar spazio al cinguettìo degli esserini alati popolanti il fazzoletto di prato che ci riportava al paese. Una salita, di nuovo un capitello e poi giù , in mezzo alle case , ormai orfane del tramontante sole, che così immerse nel verde e nel privato spazio in cui erano inserite, davano l’idea di una periferica Beverly Hills.
Quando ormai avevo preso la discesa nell’ultima stretta conca , “il Cagnan”, mi vennero in mente le descrizioni dello speaker prima del via, ritrovandomi conscio runner da trial per qualche decina di metri, nel fitto zig zag a tratti parabolico, del sentiero sotto le mura…
Nemmeno il tempo di pensare a come affrontarla, eccola! La salita verso Campo, su quella antica traccia di Claudia Augusta, viscida ed ascendente come mai mi sarei aspettato e come mai le mie gambe, realmente provate, avrebbero potuto risalire di corsa. Il passo rapido ed il collo costantemente a giro, per esser certo d’aver “tabaccato” il Giacomo e in cima, quando sentivo già il vociare del commentatore, le due donne e l’obiettivo della Nikon di Assunta ed il flash accecante in quella penombra, creata dal tunnel naturale, pergolato da arbusti d’ogni genere.Il sorriso stentato e la corsa che riprende, questo è il ricordo finale prima del rientro nella piazza gremita. Il mio numero il richiamo del mio cognome annunciato dalle casse amplificate e quella manina di bimbo che batteva il cinque a questo povero bolognese stanco al traguardo di una corsa così brevemente esaustiva…

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“La fine non è scritta…la corsa continua…
Continuo rincorrer altri,superar se stessi.
Ricerca del finale degno,di noi attori…
Scritti della vita, che corre e va, inventando fantasiosi epiloghi…”
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Re: "Il corridore di mezza via" : IL ROMANZOWEB

Messaggiodi ArGo » 18 ago 2010, 14:41

Capitolo 21

Caccia al tesoro

Puff-puff-puff…Mi sentii scrollare violentemente la spalla sinistra…<Ma che cavolo…?!>
Senza rendermene conto avevo inghiottito boccone su boccone, viaggiando con la memoria, scostato e indifferente a tutto ciò che avevo attorno. I commensali, gli avventori, i compagni di tavolo mi erano divenuti incredibilmente indifferenti.
Mi parve di risvegliarmi da un sonno pesante, intenso, da un sogno fattosi realtà.
Mi girai di scatto verso sinistra.
Era la mano della Gian che energicamente mi stava scuotendo e quasi alzando il tono di voce mi diceva: <Ehi! …Ohilà!… Ti sei incantato?… Sveglia! >.
Mi rivolsi a lei con voce austera, quasi infastidito dal gesto. Ma capii subito, dal suo sguardo, che il modo era stato esagerato. Me ne scusai.
Nel contempo guardavo Giacomo, che sembrava altrettanto inebetito, quasi che il ricordo di entrambi , di quella corsa, fosse stato irradiato nelle nostre menti, in una simbiosi perfetta. Infatti di lì a poco, pure Assunta dovette ricorrere alle maniere forti per scuoterne i riflessi.
Ordinai i caffè, rigorosamente corretti col Punch, perché era un vezzo, dal sapore per la verità schifoso, che da tempo , quasi per scherzo, avevamo preso a coronamento delle belle serate.
Juliana, la cameriera brasiliana, ormai ci conosceva e ci chiese, quali corse stessimo progettando…Giacomo ridendo rispose che se avesse avuto vent’anni di meno sarebbe stato propenso a progettar di correre appresso a lei.
Ovviamente a noi maschi ed alla bella pernambucana, venne da ridere, mentre le nostre due signore accennavano uno stentato sogghigno, che non prometteva molto di buono, per il prosecuo della serata.
Bevuto il nostro caffè, decidemmo di far due passi a piedi, incamminandoci verso il Santuario di Tessère. Idea balzana, sia per il buio, sia per la paura delle nostre donne , di avventurarsi di notte tra i vicoli dei paesini.
Il santuario non si vedeva dalla piazzetta davanti ad “Ezio”, quindi scendemmo lungo la via principale, in direzione Colmirano. Infatti, dal ponte che precede il capoluogo comunale alanese, si distingueva chiaramente l’enorme AVE illuminata. Una luminaria posta sul tetto della chiesetta del sacro luogo, che pur con qualche difetto dovuto al tempo, aggiungeva un che di mistico alle colline del luogo.
Giacomo iniziò a raccontare di alcune leggende legate a Tessère, principalmente storie di tesori nascosti sotto il comprensorio dedicato alla madonna. Saltò fuori che una bimba che negli anni ’60 percorreva quei luoghi la sera, col cosiddetto “bigol” sulle spalle, al quale venivano appesi ai lati i due vasi del latte da consegnare ai negozi di alimentari di Alano. All’imbrunire partiva dal colle, avventurandosi lungo prati e sentieri, che attraversavano o costeggiavano proprio la zona del santuario, Un’estate la bambina frequentemente tornava a casa spaventata da dei rumori che sentiva provenire dalle viscere del piazzale del santuario. La cosa inizialmente sembrava un capriccio per evitare il faticoso compito di trasportare l’oro bianco tutte le sante sere. Poi , percependo il palese disagio, una sera, lo zio contadino decise di accompagnare la figliuola. Pareva una invenzione fanciullesca e invece…Seguirono giorni di studio e di meditazione sul da farsi, finchè , dopo svariate conferme avute di persona e una buona dose di fifa, dell’omone “agricolo”, vennero avvisate le forze di polizia locale. Fu così che carabinieri locali e la vigilanza municipale, trovarono il piano interrato della chiesa, completamente scavato e svuotato. Ne seguì una indagine che portò svariati giovani del posto ad ammettere d’essere autori dello scavo…
Mentre i ragazzi responsabili eran sotto torchio, la chiesa fu chiusa e posta in sicurezza. Da quella volta nessuno più ha cercato il tesoro dei conti, ma la leggenda continua ad aleggiare nelle notti alanesi.























Capitolo 22

Bennyrun e Bice

La notte dei sognatori era passata, tra racconti e favoleggianti episodi legati al "tesoro che non c'è", con la comparsa di personaggi e fantasmi di cui avrò modo di raccontare più in là. Giacomo ed Assunta erano nostri ospiti per una settimana di vacanza in valle e oggi sarebbero arrivati anche la Bice con Benito, detto "Bennyrun". Sì, i nostri vicini di casa bolognesi, per la prima volta arrivavano fin quassù a trovarci. Il posto c'era ed io e la Gian eravamo ben contenti d'aver compagnia in abbondanza. In mattinata sarei andato a prender la carne, per fare una bella grigliata sotto le stelle. Il tempo era previsto sereno e ci sembrò una bella idea. Ci alzammo quindi di buon'ora e mentre noi uomini andavamo in paese, le donne si distesero a prendere il sole nella fresca mattinata della primavera valligiana. Al ritorno trovammo la tavola imbandita ed un piatto di spaghetti fumanti, già scolati e messi in tavola. Era come se le ragazze d'un tempo avessero intuito la nostra intenzione pomeridiana... Avevo chiamato Benito e gli avevo detto che al suo arrivo lo avrei portato in allenamento lungo il Tegorzo. Giacomo si aggregava di buona lena, anche se avrebbe preferito qualche sentiero ed un pò di salita, al programma "stradale" che avevo in mente.
Saranno state le tre del pomeriggio quando, dalla station wagon nera, vedemmo scendere il "Marcantonio" e la giunonica rossa. La Bice ci salutò col solito "calore umano" e quell'espansività tipicamente emiliana, che mi ero scordato nelle donne, vivendo ormai nel freddo nord. Giacomo ne rimase colpito e si vide chiaramente; infatti la sua dolce metà appariva un poco rabbuiata per quello sguardo, pur minimamente attratto. Era il modo di fare della mia vicina di casa, che non era affatto ciò che sembrava, ma ci voleva del tempo per capire che quell'apertura al mondo ed agli altri, non era altro che l'anticamera di una irrefrenabile simpatia. Col tempo anche Assunta si sarebbe adeguata ai suoi modi. Intanto Benito mi aveva fatto notare di avere già indosso, sotto la tuta, pantaloncini e canotta del Gs Le Valli, pronto per l'allenamento sospirato. Aveva già preso confidenza anche con Giacomo e tra le mille domande gli chiese, se anche per lui le immagini della valle del Tegorzo, fossero state folgoranti, già a prima a vista. Era assolutamente radioso. Dai suoi occhi e dall'espressione sembrava quasi irradiare gli scorci del posto, a lui nuovo, ma a quanto appariva chiaramente, assolutamente di suo gradimento.
La grigliata era un fatto secondario, in quella giornata ed infatti tutti e tre smaniavamo per partire verso Campo. Avevo previsto che avremmo corso un paio di orette, lasciando l'auto nella frazione alanese, per poi pecorrere la strada asfaltata che conduce al Ponte "Cagnin" e poi proseguire lungo la via principale della turistica insenatura, fino a fine strada, ovvero alla grotta di Santa Barbara, dedicata ai minatori. ma dovevamo aver pazienza perchè le donne, si sa, hanno maniacale attenzione per l'ordine e sia Bice che la Gian, imposero al nerboruto Bennyrun, di sistemare le proprie cose in ordine, nella seconda camera degli ospiti, quella ricavata in veranda, tra il perlinato in noce chiaro e il chiarore dell'osservatorio, un'apertura più che una finestra, nel tetto ed a vista sul cielo. Tra di noi solo la bresciana appariva alquanto corrucciata, ma ero certo che nelle ore in cui saremmo stati via, la Gian avrebbe saputo far da ottima padrona di casa, avvicinando gli animi delle due diverse signore.Alle sedici partimmo e mia moglie mi disse in disparte:
<Tienili lontano più che puoi, che l'Assunta è nera e ho bisogno di tempo...dammi fiducia e le ritroverai a braccetto...>.


Capitolo 23

Controcorrente

Messa in moto la Giulietta, armati di scarpette edoccia portatile costituita da un tanica d’acqua, dalla bardatura ingiallita, partivamo dalla casetta in Val di Prada. Scendendo con l’auto io ascoltavo il rumore melodico dell’antico “boxer di razza”, mentre Benito e Giacomo si interrogavano sulla durata dell’uscita insieme.Io avevo bene in testa il giro, semplicemente percorrendo contro corrente la valle del torrente Tegorzo, partendo da Campo, attraverso Schievenin sino in fondo alla strada, lì dove essa si conclude, alla grotta della Madonna dei minatori.Una volta giunti alla meta saremmo semplicemente tornati sui nostri passi, forse deviando verso Quero, una volta tornati al ponte “Cagnin”…ma questo era un qualcosa di incerto, che sarebbe stato dettato solo dal momento, dalla voglia, dalle emozioni e, magari, dalla fame. Arrivammo al parcheggio, frontale al museo sulla Grande Guerra e parzialmente dedicato alla vita in miniera, dato che da queste parti furono molti gli emigrati all’estero, impiegati sovente nelle miniere del Belgio, a cercar quel po’ di fortuna e quel tanto di lavoro necessario per dar da vivere alla famiglia, talvolta lasciata col groppo in gola, quà in Italia. Scesi dall’auto Benito s’era tolto tutto il vestiario in più in una frazione di secondo. <…che bel posto, che aria fresca…mò adesso sai che bella corsètta che ci faciamooo..> . Quel misto di italiano e di dialetto bolognese faceva impazzire Giacomo, che della cadenza bresciana e dei dialetti, poco aveva, essendo vissuto da sempre in una famiglia semi aristocratica, che poco aveva frequentato il comune volgo e aveva impartito a lui ed ai suoi tre fratelli, una educazione severa e puntigliosa dal punto di vista culturale. Feci io da battistrada, sapendo che Benito aveva ritmi da quattro al chilometro, sul piano e il lombardo se arrivava a cinque e trenta era tanto. Io ero forse la giusta via di mezzo e quindi mi feci da cicerone strada facendo. Certo, non è che sapessi chissà cosa, ma quel giro, semi pianeggiante, a parte il finale verso la grotta, lo avevo fatto diverse volte in solitaria e quantomeno le emozioni, i suoni del luogo, gli scorci più intensi, li avevo bene a mente. Di fatto il primo tratto era il ricalcare della Campo-SanDaniele-Campo, mentre dalla “madonnina” in poi, ci si immergeva a pieno, nella valle del Tegorzo. L’asfalto non dava quelle sensazioni accorate che avremmo potuto vivere su di un sentiero o su una carraia, ma ciò che avevamo attorno era molto, molto di più di un semplice scorcio panoramico. Man mano che ci addentravamo nella insenatura naturale, sempre più stretta, più vicino si faceva il rumore dell’acqua che chiusa nel suo alveo selvatico, pareva accompagnare la corsa , rendendola più fluida, quasi cadenzandola con lo sbattere delle piccole e decise onde di ruscello. Sì, perché in alcuni punti l’acqua era poco ed era difficile pensare al Tegorzo come ad un torrente. La gente del posto dava la colpa della carenza, all’incanalatura di qualche decennio prima, allo scopo di dare maggior potere idrico alle pianure trevigiane. Io non capivo questa scelta, ma non era affar mio, in fondo, stracciarmi le vesti, per un qualcosa che non conoscevo bene.
Di fatto, oltrepassato il bivio per Quero, si era autenticamente a Schievenin, le prime case, il primo agriturismo, il “Casa Nostra”, l’aria che si faceva più fresca ancora…
Molto presto eravamo affiancati all’area pic-nic, quella che , spiegai, viene utilizzata per la Festa della Trota, l’appuntamento che porta in valle molti turisti ed amanti della gastronomia locale, ogni anno nel mese di agosto.<Tra l’altro da qui parte ed arriva la Corsa della Trota, di recente ridenominata Liberi Sentieri, che porta su fino al Col di Dante…vi ci porterò!> spiegai ai due compari pomeridiani, in corsa.La temperatura era davvero ideale ed il cielo praticamente pulito da qualsiasi formazione nuvolosa. L’azzurro era particolare, quasi tendente al ciano, pareva un dipinto ad acquarelli, questa visione di monti inerpicati verso l’infinito…























Capitolo24

VenanzioPini

Giungere alla grotta di Santa Barbara fu cosa rapida. Passammo radenti alle pareti rocciose brulicanti di scalatori e il nostro incedere era costantemente accompagnato dal rumore delle scroscianti onde del torrente, ancor meglio scandite dal nostro corrervi a fianco, controcorrente.
Tra le altre cose, a stento ero riuscito a trattenere Benito, dal far lui l'andatura. Chiaramente e praticamente allenato a puntino, si era quasi lanciato all'inseguimento d'un podista locale, che aveva scelto il nostro itinerario d'allenamento, standoci decine di metri avanti. Luca, questo il suo nome, era l'autentico talento locale, dalle chiare potenzialità fisico atletiche, con un passato da militare di leva, nei gruppi sportivi dell'esercito. Cose che sapevo previa informazione, racimolata ad ascoltar discorsi da bar e nei locali della conca alanese. Se avessi lasciato Benito, libero di tenergli il passo, chissà di quanto ci avrebbe staccato e poi dove lo avrei recuperato per riportarlo a casa? Fortuna ha voluto che il Luca si fermasse a far due chiacchiere con gente del posto, intenta nel taglio legna a bordo strada.
Alla grotta di Santa Barbara, la visita al luogo di culto fu seguita da un breve ma intenso discutere, che mi vedeva accanito sostenitore della tesi del rientro all'auto, istantaneo, contrario agli altrui principi di maggioranza, tendenti ad andare alla scoperta dello sterrato post grotta, che dirige verso Col di Dante. La democrazia è cosa seria, ma quì dovetti far prevalere il buon senso, che dava l'imbrunire avanzare e quindi comandai il dietro front, avviandomi per dar l'esempio.
Ad un tratto, girandomi, vidi Giacomo steso a pancia in giù sull'asfalto, inciampato su se stesso vittima d'un roboante tuffo supino. Benito prese a chiamare: <Venanziooo...Venanziooo!!!> L'intento era di farmi attendere i due distratti e calare un ritmo che avevo inconsciamente estremizzato ad un quattro al chilometro, su per giù.
Sì ma ....?!Venanzio chi? Uhm, forse avevo scordato questo particolare, direi irrilevante per me. La gente quassù mi conosceva come Pino, ma io in realtà mi chiamo Venanzio...Venanzio Pini. Pino Verde era un soprannome di derivazione scolastica, in quanto a suo tempo fui obbligato a vestirmi da pino, nel recital studentesco natalizio. Da allora per tutti sono Pino Verde, ma all'anagrafe si dice chiaramente altro. Frattanto mi venne un pensiero...e la Bice? La formosa metà di Benito sarà riuscita a "redimersi", dal suo far cortigiano, agli occhi di Assunta?
Confidavo nelle spiccate doti di mediatrice della mia signora, per poter proseguir la serata in armonia, con la prevista grigliata.

Capitolo 25

Strani incontri notturni

Arrivati a casa, la doccia e la vasca da bagno avevano ai nostri occhi una immagine di benessere intenso, da ricercare con la dovuta calma.
E' sì, calma e calma...Ma quale? Così continuava a punzecchiarmi la Gian, che aveva già messo la carbonella, sulla griglia artigianale, fattami costruire da un artista del ferro, del luogo. Un metro per due, di ferri incrociati, sulla quale era un vero e proprio gustoso piacere arroventare la succulenta carne, che a poco a poco avevo già messo a rosolare. I due beati, corridori di mezza via, stavano tranquillamente trastullandosi chissà cosa, nelle loro camere, mentre tra la Bice ed Assunta, pareva esser calata un pace nemmeno troppo sforzata. Insomma avevano iniziato ad entrare in sintonia, anche perchè, dietro l'aspetto appariscente, forse anche un pò volgarotto, della nostra amica bolognese, si nascondeva un' insegnante elementare, particolarmente incline agli approfondimenti storici. Come nemmeno il miglior politico di mediazione, avrebbe potuto fare, la Gianantonia aveva individuato il possibile punto d'incontro, per gettarlo casualmente nel turbinìo irrefrenabile dei femminei discorsi, durante l'assenza di noi maschi. La carne alla griglia risultò apprezzata, pur secondo me un poco troppo scottata e tendente al secco bruciaticcio. La polenta aveva forse tolto il retrogusto del "brustolino", dando un senso di casereccio, magari simile al malgaro, alla cena rustica. Ci fermammo a parlare fino a notte inoltrata, seduti tutti in veranda. A terra, tutti insieme, come al tempo dei figli dei fiori, sopra una vecchia coperta impiumata, che avvolgeva le varie pose che potevamo liberamente assumere.
Un cielo spettacolare, ricoperto da una distesa di stelle.
Una bottiglia di vino Trebbianino della val Trebbia, trofeo di gara del Benny, accompagnato dai tipici "bibanesi" veneti, salati. Una compagnia di vecchi giovani, in piena chiacchierata notturna, in un luogo nel quale il passaggio d'un automobile non era poi così fastidioso, poichè tanto raro da costituire soltanto, peraltro atteso, segnale di civiltà presente in loco. Non so perchè, ma coricandomi ebbi la strana sensazione che la mia notte, non fosse finita con le chiacchiere, ma serbasse sorprese inattese. Fu così infatti. L'oscurità della camera da letto, mi avvolse subito tra le sue avvinghianti braccia, rassicuranti e portatrici d'un sonno profondo, ma vivo e misterioso. D'improvviso mi apparve un volto conosciuto. Un uomo, forse più ragazzo che adulto a dire il vero, mi si parava di fronte, lungo i sentieri del castel di Prada...Io stavo correndo, quando d'improvviso, dal nulla, lui! Era vestito da corsa, scarpette trail , short corti e canotta nera con bordi arancio. Un fisico longilineo, perfettamente adattabile al podismo, ma che denotava una mancanza di tonicità, quasi fosse un'ex atleta o un'infortunato in ripresa. Ma la cosa più assurda era che egli aveva in mano un microfono senza cavo....
Parlava...a volte gridando, tanto che l'eco degli speaker, che parevano emettere i toni direttamente dal cielo, riempiva la valle delle sue frasi.
<Bravo a Venanzio, che s'è fermato quì da noi, pensando di venir ad una corsa e ritrovandosi ora comproprietario di questi monti...>.
Ero completamente spiazzato da questa irreale immagine, tanto incredibile da aver del diabolico, ma forse il motivo di tale apparizione era più semplice da interpretare, di quanto al momento riuscissi minimamente a capire. Lui era lo speaker della corsa di Campo, ma visto così aveva sembianze molto più podisticamente umane, tanto da creare tra di noi una certa simbiosi.
Ora il suo parlare s'era fatto calmo, placido e quasi commosso. Il microfono non c'era più! Eravamo soltanto io e lui, seduti ora, sul ciglio della strada di Malga Paoda, con di fronte ai nostri occhi, colli alberati e distese valligiane multiformi, che parevano essere l'anima degli elementi del creato. La terra, i sassi, gli alberi... prati e foglie...l' acqua e il vento... Quasi commosso, dicevo di lui. Mi raccontava di quando ragazzino, a fondo valle, abitava con la famiglia, la mamma , una sorella ed i suo secondo papà. Una storia tipica della montagna, intrisa di sentimenti forti, dall'amore per quella terra dall'indicibile incanto, ma veicolo di stordimento, d'un vivere inquieto, segnato dall'alcool, quella nera bestia, che nel tempo gli aveva sottratto di tutto un pò. Storie di affetti conquistati, lasciati e ripresi, poi tolti dal fato, dalla vita terrena e quindi immortali; nonostante il tutto e il niente, dei quali poteva o voleva ricordarsi... Racconti di escursioni domenicali con il capo famiglia, addestrato a cercar funghi all'alba... per ritrovarsi a metà giornata ancora al bar o in attesa di poter fuggire da una routine che regalava niente più che le emozioni d'un ambiente miracolato, tanto era puro. Esso, che allo stesso tempo confiscava le emozioni stesse, con doppia rapidità rispetto ai tempi di conquista.
Piangeva, questo uomo, questo infinito e forse un pò folle parlatore. Piangeva lacrime interiori, che il suo volto non faceva sgorgare su di se, ma soltanto lasciava leggere negli occhi seri , vitali ma orientati in basso, guardando dal di fuori tutta l'emozione che dentro era marasma intenso.
Avevo trovato uno del posto. Egli era apparso in figura stramba e toni eccheggianti, per poi riportarmi al senso di quella terra, che ora anche io stavo amando. Essa che tanto dà, quanto ti toglie, se ti perdi nel suo essere sperduta e bastarda in quel puro e veritiero senso selvatico.
Piangevo anche io, mentre mi accorgevo che al mio fianco quell'omino microforato era scomparso...
Udivo solo da lontano un flebilegrido...<Pino sei tutti noi, continua la tua strada e vieni al traguardo>.Trafelato e sudando freddo, seguivo l'eco di quell'invito e vedevo il traguardo laggiù...pareva sempre più vicino, a vista ...pareva soltanto...
Senza capire bene il luogo...dove fossi o dove stessi per giungere. Ma era inutile... correvo a vuoto, cercando una meta costantemente equidistante. Mi misi ad urlare di angoscia. La striscia finale non era alla mia portata. Perchè? Perchè non riesco? Perchè? All'improvviso un forte scossone... Uno da dietro mi prende per le spalle, forse vuol superarmi!? Ma chi è, cosa vuole? <Lasciamiii!!!> . Questi mi agita ancor più <Pinoooo....Pinoooo....Svegliati! Svegliati su, non è nulla...> energicamente grida... La Gian, un brutto sogno, o forse bello?! Non lo so, forse la carne pesante o qualche piacentino bicchiere di troppo.
Ho sognato durante un sonno tribolato...Ma ora sono sveglio, con gli occhi gonfi di lacrime però.
E' questa terra! Mi ha chiamato quì, mi vuole tenere a se, vuol farmi sapere che può essere bella ma ugualmente demoniaca. Mi ha invitato a osservare meglio gli occhi della gente, a girar loro parte del mio sorriso, della mia passione, del mio vivere.
Buonanotte...

Capitolo 26

Epilogo

Sì, quel sogno mi aveva realmente turbato e mentre passeggiavo in quella mattina dall'alba appena accennata, a braccetto con la Gian, mentre tutti dormivano ancora, ripensavo a quegli strani incontri notturni. E' vero, a volte i sogni sono lo specchio di ciò che si vorrebbe avere o che si immaginasse d'aver capito...Eppure non ero così sicuro d'aver compreso se e quale fosse stato il significato, proprio io che ai sogni, alle credenze popolari, alla cabala ed a tutto l'immateriale, da sempre non avevo mai creduto. C'era ancora un'alone misterioso nella penombra della valle che molto lentamente andava risvegliandosi, tra fruscii uditi tra i cespugli del sottobosco che risale il pendio della montagna e quel cupo, cadenzato, richiamo del cuculo...L'odore dell'erba inumidita dagli umori della notte, aveva l'aroma d'una tisana mattutina, quasi un preambolo della colazione in compagnia, che più tardi avrei consumato.
Camminavo lentamente e riuscivo a percepire bene il respiro di mia moglie che se ne stava in silenzio, forse con la percezione della mia irrequietezza, propagatasi oltre il mistero del sonno. Io non volevo parlare di quel sogno, perchè prima dovevo spiegarmi se avesse davvero un significato, oppure se mi fossi fatto predere la mano da un incubo come tanti altri.
Ma perchè continuavo a pensare ad un incubo? Solo per quel traguardo che non arrivava mai?
Sì, forse l'idea d'alzarmi alle cinque e mezza e di partire a piedi lungo la valle, protagonista della notte passata, era stata la maniera migliore per rientrare in possesso della ferma tranquillità interiore, avuta sino a ieri sera.
Oramai era giorno e noi due, sulla strada del ritorno, allungavamo lo sguardo per vedere se in casa ci fossero luci accese e quindi se i nostri ospiti fossero desti.
Nulla! Tutto intorno era silenzio, più chiaro, ma senza alcun rumore o suono, a parte tutto ciò che , di selvatico, si muoveva tra le fronde ed i cespugli...
Quando fummo sulla porta di casa, mi guardai attorno, quasi avvertendo una presenza non molecolare...Oh no! Accidenti a me, stavo riprendendo contatto con il sogno!?
No, no, no! Dovevo rientrare in fretta, accendere la radio e sentire i notiziari, che mi avrebbero riportato alla realtà... Di certo, così sarebbe andata.
Così feci e sintonizzai su un canale nazionale. Il giornale radio sarebbe iniziato dopo qualche minuto, mentre i programmi concludevano la lunga notte, sui versi tratti da qualche libro o raccolta d'un qualche poeta di cui non ricordo generalità alcuna...
Solo una cosa la ricordo bene...
Quasi inconsciamente presi carta e penna , trascrivendo:

“La fine non è scritta,
la corsa continua…
Perpetuo moto,
nel rapido viver
amori e terra,
natura e destino…
Continuo rincorrer altri,
superar se stessi.
Ricerca del finale degno,
di noi attori…
Illusorio desiderio
d’esser autori
e padroni dell’opera
delegata al fato…
Impressa sulla tavola
del mortal tempo,
nel vital movimento.
Storia delle valli
Evoluzioni sui monti.
Scritti della vita,
che corre e va,
inventando fantasiosi epiloghi…”























Capitolo 27

La pioggia e noi...

Quella mattinata passò veloce, almeno sino alle dieci. A quell'ora i miei gentili ospiti iniziarono di buona lena a far chiasso. Benny e Bice , litigando scherzosamente, parevano la copia ingiallita dei due ragazzini che vent'anni prima ne facevano di cotte e di crude, in barba al perbenismo dei rispettivi genitori. Sì, infatti si possono definire una coppia turbolenta, magari fin troppo. L'essere disinibiti è sempre stata la loro caratteristica. Da allora ha fatto da efficace collante in una coppia che, tra scappatelle e fughe intermittenti da sotto il tetto coniugale, molto ha dato da mormorare ai locuaci vicini , parenti e amici. Forse soltanto la Gian ed io li abbiamo realmente capiti e mai abbiamo dubitato sulla loro complicità, conflittuale ma solida. A noi poco interessa dei fatti degli altri, ma amiamo osservare e parlarne . Molto spesso mi ritrovo mia moglie seduta sulle ginocchia, che cerca, riuscendo praticamente sempre, di farmi comprendere l'universo umano. Inutile ribadire che senza di lei mi sentirei perso; citando una frase letta direi : "...senza di lei sarei il nulla, una goccia d'acqua dolce persa nel mare".A proposito di gocce, quella mattina pioveva a dirotto. Guardavo fuori, seduto sulla poltrona a dondolo, vedendo l'acqua scivolare copiosamente lungo la porta a vetri che dal salone inquadra il terrazzo, aprendo lo sguardo alla vallata. Solo dopo un bel pò mi accorsi che Assunta stava lì, appollaiata sul primo giro dei gradini lignei, che salgono a chiocciola verso le camere da letto. Non fiatava eppure sembrava dirmi moltissime cose. A dire il vero ero quasi in imbarazzo, colpito dalla dolcezza di quello sguardo attento e per nulla fugace, assorto nel perdersi su di me. Lei, molto miope, ancora non aveva addosso i suoi occhiali e per questo pareva ancora di più concentrata sulla mia figura, mentre invece, quella fronte corrucciata era sintomo di una fatica a mettere a fuoco l'immagine che stava inquadrando, con quei "fanaloni" verde scuro.
Fu il marito a darle una scossa, scostandola con un buffetto sulla spalla, scendendo le scale di fretta, per cercare di convincermi ad andare a Quero, a chiedere dei quotidiani lombardi; quasi non lo sapesse da se, che quì arriva tutto ciò che è veneto e nulla più. In effetti la loro presenza in casa era un pò una sorpresa. Non avevano dormito da noi, ma di buon'ora, proprio mentre ascoltavo la radio, si erano presentati per invitarci ad andare al museo di Campo, quello dedicato alla Grande Guerra ed alla vita in miniera. Ci saremmo andati volentieri, ma attendevamo il dolce risveglio degli altri due nostri vivaci ospiti. Passate già due ore di attesa, il vociare baritonale di Benito, faceva presagire una imminente partenza verso i lidi culturali, dalla ricerca dei quotidiani, sino alla visita al museo appunto. Mi ricordai però dell'apertura solo occasionale del centro della memoria storica alanese e quindi il tutto si fece più dubbio... saremmo andati in seguito, forse quel pomeriggio stesso.
Non lo so come avvennne, ma mi ritrovai con la Giulietta parrcheggiata in piazza Marconi, con accanto soltanto Giacomo e Benito, giacchè le donne vollero rimanere in casa a parlare fittamente, accompagnate dallo scoppiettìo della legna nel camino e dal brusìo intenso e soporifero prodotto dall'acquazzone in corso. Pioveva "a secchi rovesci", come dicono quì ed ovviamente, da "omeni imbranadi", che è un modo di dire delle donne quando descrivono gli uomini della zona, avevamo un solo ombrello in tre...Si decise democraticamente che Giacomo se la doveva cavare da se per i suoi giornali. Mal che andasse, lo avrei portato al B&B Casa Francesca ad Alano, per prendersi il portatile e leggere le notizie "on-line". Ma sapevo o almeno immaginavo che ad uno storico, non sarebbe potuto piacere allo stesso modo, leggere davanti ad un freddo monitor, anziché poter odorare il tipico aroma di stampa fresca, ascoltando il tipico rumore della carta stropicciata. A mezzodì eravamo di nuovo in Prada. Casa, dolce casa...Donne, sapienti e meravigliose ad accoglierci con la tavola imbandita.
Risottino ai funghi, prosecco doc di Valdobbiadene, una fetta di tiramisù abilmente preparato dalla Bice e...sei amici a tavola, assorti in un pranzo che aveva il sapore della festa, ascoltando la brace arroventar se stessa, mentre fuori la pioggia disegna corsiè in discesa sui vetri producendo il tipico suono dell' assopimento post illibagione.

Capitolo 28

La cronoscalata

Tra una sfogliatina e due mosse a dama, cominciai a raccontare dei primi di maggio e intanto la pioggia fuori scendeva copiosa ed insistente ancora.
La voce dello speaker era conosciuta, le note di Jump dei Van Halen, il conto alla rovescia ed io...solo contro il tempo. Sì, proprio da solo, perchè dalla piazza di Valdobbiadene, altra piazza Marconi peraltro, si partiva uno ad uno, trenta secondi l'uno dall'altro. Il solito misto di dialetti veneti, dallo zoldano rude al veneziano più melodioso.
Tre, due, uno, via! <E' partito Pini Venanzio, è partito alla volta di Pianezze...Caro Venanzio, i prossimi pini li vedrai sulla cima>. Non ricordavo bene lunghezza e dislivello, ma circa 6 km di salita intensa, che avevo deciso, tra me e me, di risalire in tre quarti d'ora. Tra i partenti avevo scorto "il grillo" , Maurilio De Zolt, che nel depliant della corsa, appariva a podio in una delle prime edizioni. L'organizzazione ci portava le borse sino alla cima, ma poi, per ridiscendere...arrangiarsi o giù di lì, in quanto un passaggio lo trovi sempre ed un pulmino informalmente a disposizione, scoprii poi esserci. Poco male per me che avevo la Gian sulla sima di Pianezze ad aspettarmi, non prima d'aver banchettato con gli altri cinquecento amici di giornata. Dopo la prima rampetta, a fianco al campanile, un sentiero cementato mi portava sino ad attraversar la strada, con una certa pendenza, ma d'altra parte, sempre in su si doveva andare. Dall'attraversamento della provinciale in poi, quasi tutto bosco e natura, sentieri spesso irti allo stremo del pensabile. Credo che non avessi ancora percorso un chilometro, quando alle spalle, una voce flebile, accompagnata da cadenza di passi rapida e costante, mi intimò: <Spostati per piacere!>. Una divisa bianco verde della forestale e il volto di un mito della zona e di questa corsa, mi si fece a fianco ringraziando. Lucio Fregona! Il campione del mondo di Edimburgo, di corsa in montagna, quarant'anni portati addosso con la grazia podistica d'un felino indomito e lo sguardo gioviale ma puntato all'obiettivo, del condor che punta la preda. Lui di edizioni della Valdobbiadene-Pianezze ne aveva già vinte una decina e contrariamente agli altri aspiranti dell'edizione in corso, aveva deciso di partire tra i primi, assieme ai tapascioni, perchè poi sarebbe dovuto scappare a casa. Non vinse quel giorno, ma il rintocco regolare dei suoi passi che mi si avvicinavano e poi si allontanavano rapidamente, quasi mi pareva di risentirlo, mentre raccontavo. Lo ho poi rivisto in altre corse del circondario, quasi sempre attore protagonista,nel film della gara in questione. Dopo il ristoro, al quale mi fermai, perchè faceva veramente un caldo infame, in un'orario di mezza mattinata, teoricamente ancora ottimale, rispetto a chi sarebbe partito poco prima di mezzogiorno, decisi di calare un pò il ritmo, perchè non conoscendo il percorso, temevo di imbattermi in una crisi muscolare acuta, dato il riacutizzarsi di qualche fitta, già sentita negli allenamenti settimanali, al polpaccio destro. In realtà trovai, di lì a poco, una lunga fase in piano, che se avessi deciso di affrontare con maggior lena, forse mi avrebbe permesso di centrar l'obiettivo, che poi, invece... Finita la piana, uno strappo netto, dove tra l'altro un gruppo di escursionisti me sbarrava involontariamente la strada, costringendomi al passo, lento e deleterio per il ritmo. Infatti, una volta risalito lo stretto viale boschivo, la mulattiera dolcemente inclinata verso l'alto, poteva essere il trampolino di lancio per la seconda metà di gara, all'attacco. In realtà, dovetti salire, tutto sulla difensiva, col fiato sempre più corto, alla ricerca ostinata di un rilancio che le gambe non ne volevano sapere di attuare.
Gli inservienti del secondo ristoro, vedendomi molto stanco, mi consigliarono di prendere con me la bottiglietta d'acqua, perchè là cominciava il Pra Vanin, il tratto più pendente della corsa. Me ne accorsi presto. Un prato dal cui fondo si vedeva nitida la fine, che però non arrivava mai. Dell'ultima parte, dopo quella maledetta arrampicata non ricordavo nulla, se non i pini nei pressi dell'arrivo. Aveva ragione il commentatore, li avrei notati, in quell'ultimo tratto asfaltato che conduce al Tempio del Donatore, in cima a Pianezze. Cinquantadue minuti e sei secondi. Un tempo buono per essere la mia prima edizione, ma molto distante da quel tempo che inconsapevolmente, avevo stimato come risultato da ottenere. La Gian mi diceva che ero un matto, perchè tagliato il traguardo avevo realmente gli occhi fuori dalle orbite e un colorito biancastro, che sembravo lì lì per salire più su... Perentorio Benito mi si rivolse con tono di sfida: <La prossima io la faccio in quarantaquattro e se ti batto ti prendo per il sedere fin che campi>...Sì sì, poi vediamo, pensai tra me e me. Io la mia prima la ho cominciata col petto in fuori e finita con la schiena inarcata e le gambe che facevano "aperta e chiusa parentesi". La Gian non proferì verbo, ma sapeva che ostinato come sono, avrei finito col cedere all'impulso di non dargliela vinta... Mah, chi vivrà vedrà.

Capitolo 29

La corsa misteriosa

La data era fissata da tempo. Sarebbe stata una gita con famiglia, con gli amici più intimi. Chi non avrebbe corso , sarebbe stato il contorno ideale ad una corsa particolare. Terribile per la nostra preparazione ma imperdibile di fronte alla nostra voglia di scoprire correndo. In questi mesi, che hanno fatto da ponte virtuale tra l' inverno freddissimo e la primavera che ancora non c'è ma si odora di già nell'aria, il nostro terreno favorito di allenamento è tornato ad essere il Grappa. La conca alanese, che lo precede, è stata spesso trampolino iniziale, verso le asperità del monte sacro.
Ci servivano fiato e gamba, con almeno una settantina di chilometri tirati, da fare almeno in due spicchi, molto ravvicinati tra loro. Come fare due maratone in due giorni, cosa mai provata e d'altronde, pochi esseri sani di mente credo abbiano cercato di andare così incontro alla soglia dell'autodistruzione fisica.
Abbiamo studiato un pò il da farsi, più da profani che da convinti conoscitori, ma stavolta, differentemente dalla nostra storia anche di maratoneti, non ci siamo voluti fare imbavagliare dalla meccanicità delle tabelle sul buon vecchio, compagno mensile, "Correre".A sensazione, nell'inverno, tra la brillantezza del grigio brina ed il bianco candido della neve, tanto spesso solo velata, quanto molte volte, compatta e cospicua al suolo.
<Due coppie in corsa e due donne "avanzate"...> pontificò Berenice una mattina. Poco ci mancava che Assunta se la mangiasse, giacchè di riporto era proprio lei l'una a far da compagna alla mia Gian, che a dire il vero poco "se ne fregò" del ciarlare in libertà della giunonica romagnola. Passò in fretta, si sa, le donne oggi se le danno di brutto e domani prendono il thè assieme e si parlano come niente fosse.
Dicevo delle due "turiste" al seguito. Ebbene, avrebbero avuto il benevolo compito di supportare le fatiche di noi atleti in gara, seguendo la carovana della corsa con la prode "Giulietta".
Che il cielo non voglia che debbano fungere da "recuperanti" e da eroiche "porta ritirati", variabile temutissima e tutt'altro che da scartare.
Chi corre con chi? Mesi di allenamento, senza porsi la domanda, forse più importante, ma sarà probabilmente il tempo a far la verifica.
A questo punto però, era da decidere, anche se poi, la discussione si risolse in un vero e proprio "dictat" del Benito. <Io corro con Pino!>. Un nome, una storia, un uomo che sa imporsi...
Da par suo, Giacomo, non parve poi così riluttante , al pensiero di vagar nei boschi, in coppia con cotanta Bice. Il dado era tratto, pur verso una impresa, la cui sola idea poteva sembrare balzana.
Un' obiettivo arduo, ma questa nuova la vita, le scorribande tra queste valli, dentro i boschi...
Mi pareva fossimo diventati uomini tutti da scoprire, con un istinto selvatico, simili all'animale fuggito dalla vita in "catività"...Già, la nostra "catività cittadina", d'una vita che passa e va. Si cambia da un momento all'altro ed era quasi come se stessimo cercando di evadere definitivamente da un tempo passato, sì giovanile ed energico, ma a volte incastonato in un mondo recintato, canonizzato tra vie , strade, palazzi e moderna civiltà.
Quasi mi sembrava che l'età bolognese, fosse soltanto un ricordo nel quale non riuscivo più a riconoscermi. I giovani direbbero :< Non ci stiamo più dentr0!>, quasi che la sacca dei ricordi si fosse infeltrita.

Capitolo 30

L’invisibile

Correvo. Concentrato, a capo chino, osservando il movimento del piede a contatto con il terreno.
Un fondo umidiccio, quel qualche chilo in più…Già, pure l’armonia della mia corsa pareva perduta in un passato remoto, in quel corpo che fu di buon atleta. Tutto l’insieme faceva penetrare, tra le zolle del prato antistante il bosco, la punta delle mie scarpe da trail stabili, da pochi chilometri saldate su di me, per modellarsi a dovere, divenendo quella ideale sorta di tutt’uno con le estremità motrici del mio corpo ormai poco più che amatoriale.
Gli altri erano andati avanti, senza curasi di me e del mio canonico ritardo nella vestizione pro allenamento, ma ciò non mi creava alcun fastidio, diversamente da altre volte…Chi lo sa poi perché questa voglia di solitudine, non del tutto inconscia.
Ora risalivo la piana, brulicante di candidi bucaneve, pronto oramai ad addentrarmi nel bosco, fitto e un po’ cupo, lì, appena alle spalle della fattoria abbandonata dei “Zavate”, storica famiglia contadina della valle. Mi apprestavo a risalire il crinale, seguendo la via che dal territorio di Schievenin, porta verso il comune dia Alano, intercettando la forcella di San Daniele qualche chilometro più sopra. Un sentiero in realtà ben mimetizzato, al suo imbocco, tra le naturali pieghe disegnate sul colle da madre natura. Non ho avuto, comunque, grandi difficoltà ad individuarlo, sfruttando la percezione del passaggio di chi mi precedeva, i tre compari…Così mi aiutai con l’effetto “gobba” visibile sull’erbetta ancora bassa ed acerba, china su se stessa e lasciato appunto da Giacomo, Benito e Bice poco prima transitati in precisa fila indiana. Ad essere sincero udivo piuttosto marcato, l’eco chiassoso prodotto nell’avvallamento di quei casinisti, trapiantati sui monti, un tempo silenti, dalla pianura e dalle città. Avevo addosso una strana sensazione. Era come se mi aspettassi da un momento all’altro, una visione, un incontro e comunque percepivo, o forse ancora più preoccupato, avvertivo, una presenza non materiale.
E’ possibile che lo stress passeggero degli ultimi periodi, acuisse una semplice impressione, trasformandola inconsciamente in ansia da paura. Non avevo mai provato timore per l’occulto, per qualcosa che mi stava dentro e mi dava l’idea che potesse cogliermi di sorpresa, magari assumendo forme materiali imprevedibili. Ma poi chissà? Perché tanta tensione? Perché questi pensieri?
In mezzo alla penombra si stava così bene, correndo accarezzato dalle fronde degli alberi, ancora rinsecchiti, rigidi e ghiacciati dal gelo dell’inverno più freddo che ricordassi.
Di là ero già passato una volta e quindi, quando rividi la casa sotto la roccia, ripetei un pensiero già avuto…Chi poteva aver abitato lì, in una abitazione di pochi metri quadrati, su un solo piano, in mezzo ad un bosco, che magari un tempo era prato…Chi può dirlo? Dovrò chiedere in giro. I vecchi sapranno di sicuro. Sarà stata la solitudine del momento, forse quel senso di rimbambimento prodotto dagli strani pensieri che mi pervadevano la mente…In quell’attimo…

http://alexgeronazzo.blogspot.com/

“La fine non è scritta…la corsa continua…
Continuo rincorrer altri,superar se stessi.
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Re: "Il corridore di mezza via" : IL ROMANZOWEB

Messaggiodi ArGo » 18 ago 2010, 14:42

Capitolo 31

L'uomo col cappello Panamà

Allora non era un presentimento dato dallo stress! Me lo sentivo che avrei incontrato qualcuno.
A pochi metri dalla casetta, dalla muratura a sassi, due cani trainavano in giu' un omino, dall'aspetto mite e sereno. Mi parve d'averlo già veduto altrove, ma subito non ci pensai molto su. Mi soffermai invece ad osservarlo, giacchè egli non mi aveva ancora notato, mimetizzato tra la boscaglia, ma il latrato dei cani era segno che non ero del tutto passato inosservato.
Una barba bianca e dei baffi spioventi, non molto folti,ma bene curati, facevano da corollario ad un viso beato nell'espressione. Avrà avuto attorno alla sessantina d'anni e ciò che più mi colpiva era l'abbigliamento, non elegante, ma ordinato e particolare. Sì, aveva decisamente un aspetto artistico. Avvicinandomi salutai l'uomo, mentre le due bestiole, annusavano i miei fuseaux intrisi del freddo sudore che avevo addosso.
<Piacere!> mi disse,< ...io sono Giorgio>. Spiegai d'essere forestiero, in attesa d'accettazione, dopo qualche tempo da villeggiante in valle.
<Sì, lo so chi sei tu. Mi ricordo che alla gara di Campo eri "in corsa..."Io ti ho visto passare davanti casa mia e devo pure averti fotografato...>.
Incredibile memoria quell'uomo. Del resto lo si vedeva dall'aspetto che era del tutto diverso da chi noi definiamo "persona media". Mi pareva scortese troncare il discorso, nato così in fretta, ma degno d'essere proseguito e quindi mi fermai un pò, a dispetto di chi, lì davanti mi attendeva per proseguire l'allenamento. <Caspita Giorgio, gran memoria...Anche la foto poi...>.
Scoprii così, che il suo passato di fotografo andava ben oltre il semplice mestiere di un uomo che lavora per dovere, ma che a suo modo aveva dedicato una vita di passione e dedizione ad una forma d'arte, oggi molto digitalizzata rispetto al tempo che fu. Mi spiegò di avere avuto piu' di uno studio, per molti decenni, nelle zone del trevigiano, lungo le vie ed i colli del vino prosecco. Che storie mi raccontò... Rimanemmo in accordo di trovarci al bar a bere qualcosa ed a parlare un pò dei vecchi tempi andati, tra le sue storie in fotografia e le mie scorribande giovanili, in corsa, nella terra emiliano romagnola.
Proseguii quindi la mia corsa e fu un attimo ritrovare la forcella di San Daniele. Seduti a terra, un pò spazientiti, per una attesa peraltro non richiesta né dovuta... i tre amici.
La Bice sbottò, brontolando qualcosa sul freddo, la polmonite...Boh, non ci feci molto caso. Il Benito s'era già alzato alla mia vista, pronto a riprendere il più presto possibile, con una smania che quasi mi infastidì. L'unico a non dire nulla ed attendere una mia parola era il Giacomo, che pareva assorto in qualche ricordo legato al posto...
Lì mi aveva atteso anche in gara quella volta; me lo ricordavo bene...Scena d'un film già visto, direbbero i "pellicolari" incalliti. Io ero designato capo spedizione, perchè quella mattina c'erano da fare chilometri e dislivelli ed io, bene o male, potevo essere l'unico conoscitore delle zone, che potesse ricordare strade e sentieri adatti a star fuori almeno cinque orette. Avevo in mente di salire verso "le olte", per poi arrivare in Valdumela, dove avremmo trovato la tipica costruzione detta "il Fojarol", poichè ricoperta da ramaglie, che facevano da particolare copertura al tetto. Di lì saremmo poi ridiscesi per l'Alta via degli Eroi....
La via...In quell'attimo in cui ripensavo mentalmente al tragitto da fare, mi venne in mente l'impresa che volevamo compiere a maggio, un'altra "via", ben più lunga...Una corsa dal nome inglese, ma sugli Appennini toscani ed emiliani...Che brivido...Avevo ancora forti perplessità.
Comunicai le mie intenzioni, riallacciarono i camel bags e prendemmo la via che accerchia la forcella. Poche decine di metri ed il sentiero era già bello largo.
Qualcuno mi aveva detto che quella traccia, allargata rispetto ai normali viottoli di montagna, era forse una ulteriore testimonianza romanica. Un tempo, la zona del Piave era sottoposta a dazi doganali, sulla via Claudia Augusta o sulla Aurelia, questo nodo non pare ancora sciolto dalle virtù degli storici...Il nostro, di storico, propendeva più per la seconda, per motivi tecnicamente troppo astrusi perchè io potessi averci capito qualcosa. Ciò che sapevo è che quella "secondaria" che stavamo percorrendo noi, dopo molte centinaia d'anni, doveva per forza essere una via per trafficanti, poco propensi a passare al vaglio delle tasse dell'Impero. La salita non era così dura, anzi si correva bene, in un ambiente piuttosto scuro, che poco spesso doveva vedere i bagliori del sole, introdursi tra le fitte "reticolanze" naturali, formate dai numerosi alberi, per lo più selvatici e poco fruttiferi per l'uomo, che anche come legna da ardere erano parecchio difficili da raggiungere e quindi sfruttare... Mentre innanzi a noi cominciava ad apparire lo zigzagare della salita alle "olte", cominciai a radunare i tre, che nel frattempo, dopo un allungo dal sapore di voglia di solitudine, avevo lasciato un poco indietro. <Dai che si fa la foto al pimo tornante>...
Bice spalancò gli occhi, guardando la sommità di quella variegata salita, tutta intrisa di sassi ed all'apparenza davvero impegnativa...Buttando lì in maniera veemente un :<"Socmel che due maroni!">...Da noi a Bologna si usa spesso per chiarire che non ce la si fa più... Una emiliana risata tonante, sulle prealpi del Grappa, si propagò ad eco lungo la valle...Meno male, un pò d'allegria. Nel momento in cui Giacomo posava la Nikon d'Assunta su un masso che faceva da cavalletto, non potei non ripensare a quella pipa curva, che Giorgio chiamò "la mia inseparabile Dublino modificata" ...e quel suo cappello bianco con bandelletta nera, il Panamà.

Capitolo 32

Sasso galeotto...

La nostra corsa continuava ininterrotta, nonostante fossimo già partiti da tre ore. Da circa mezz’ora avevamo oltrepassato lo scenario indiscutibilmente bello delle “Olte”. Un paio di foto fatte in gruppo, rimanevano a noi come ricordo di quella asperità naturale, inserita in quell’ambiente un po’ buio, di quelli che se ti ci trovi da solo, o ti mette paura oppure ti infonde malinconia. Non so cosa mi stesse passando per la testa, ma avevo quasi voglia di ritornare indietro, giacchè il luogo ora era divenuto piuttosto difficile da percorrere. Molte ramaglie, avevano ostruito parzialmente il sentiero, che tra fogliame ed una traccia non chiarissima, rischiava di trarmi in inganno. Fu una piccola impresa, ma alla fine, i pallidi ricordi del passaggio sul luogo, nella primavera precedente e l’istintivo orientamento che mi accorgevo aver preso col tempo, fecero in modo di farci sbucare all’esterno della vegetazione. Eravamo in un tratto nel quale ci si apriva di fronte il Monte Fontanasecca. Due colline posizionate a “V” , incastonate al loro vertice inferiore, facevano da mirino a quella montagna che appariva di forma piramidale al vertice, con il lato est ricoperto da uno strato bianco. Una coltre di neve, posta dalla parte meno soleggiata, resisteva al primo pallido sole di una nuova stagione tiepida che avanzava senza fretta apparente, in questo freddo anno di inizio secolo.
Attraversammo il bosco, fattosi meno fastidioso e il cui suolo era oramai divenuto prativo. Il sentiero si alzava dolcemente, seguendo il corso della “valletta”, che in pochi minuti, o almeno così mi parve, ci portò ad incrociare la strada forestale.
Risalimmo la carreggiata, mentre con lo sguardo io cercavo le arcate murarie delle stalle di Valdumela. Il tempo era cambiato ed il cielo era sereno, azzurro e limpido, sopra di noi. Bice si fermò di colpo e si rivolse a me con sguardo ammirato verso la piana, posta su un versante collinare , abbastanza regolare ma interrotto in qualche punto da qualche piccola fossa, derivante dai cannoneggiamenti subiti durante la guerra, ma anche con la presenza di piccoli massi, rotolati nei secoli, dalla montagna sovrastante. Sul fianco di quel piccolo laghetto, posto ai piedi del caseggiato e adibito a naturale abbeveratoio per il bestiame di una monticazione chiaramente non presente da un bel pò , ci fermammo, tirando fuori il teli tenda , pronti a piazzarci lì, per il nostro ristoro.
Mangiai un panino in fretta e poi mi avviai solitario verso le stalle, ben sapendo di avere due mete da visitare con calma, prima di ripassarvi innanzi in corsa, precedendo la ridiscesa lungo l’Alta via degli Eroi. Eccolo! Il Fojarol, quella costruzione con muri in legno e un tetto aspramente spiovente, fatto di sole ramaglie, fittamente intersecate e pressate, a copertura inusuale, ma efficace allo scopo di isolare gli interni.
Mi sedetti al tavolo e guardai gli altri laggiù…Benny, disteso sull’erba, si era appisolato ed io certo non lo avrei svegliato, almeno per un po’. Non vidi né Giacomo né la Bice. Non ci feci molto caso e non arrivai a congetture mentali sulla contemporanea assenza; ora avevo nella testa il panorama da osservare dal Sasso delle Capre. Una asperità di una ventina di metri di altezza, per una base piuttosto stretta, che si affacciava sulla parte più selvaggia della valle di Schievenin. Pochi passi oltre il Fojarol e poi un sentierino stretto, a giro attorno alla conformazione rocciosa, anticipato da un pino maestoso. Lo ricordavo bene quel panorama e sapevo che gli altri avrebbero voluto vederlo a loro volta, immancabile visione panoramica che difficilmente si sarebbero scordati…
Ero ormai all’imbocco del “Sasso”, quando mi volsi indietro per richiamare l’attenzione dei miei amici, vedendo Benito che si stiracchiava per poi rigettarsi dorso a terra…Peggio per lui.
E gli altri due? Non ebbi il tempo di pensare a dove fossero, quando da dietro la finestra naturale sulla valle sentii uno scricchiolio di passi. Forse erano loro?! Avvicinandomi con passo felpato, chissà poi perché, ebbi a vedere ciò che forse non avrei voluto…Era un tenero abbraccio…






















Capitolo 33

La Gian corre…

Della discesa da Valdumela non ricordavo quasi nulla, quì steso sul lettone a chiacchierare con al Gian della giornata trascorsa.
In realtà stavo patendo tutti dolori che sopraggiungono dopo la doccia, in teoria tonificante ma in realtà, a giudicare dalla mia condizione fisica, assolutamente distruttiva a quanto pareva. Il nostro matrimoniale in ferro battuto, ma con doghe in legno di ultima generazione e materasso in lattice appena cambiato, mi veniva un po’ in soccorso, data la possibilità di reclinare la testiera automaticamente. Dopo vari tentativi riuscii a trovare una posizione un po’ comoda, dalle quale però dovevo badare a non muovermi più di tanto. E’ anche vero, che oltre al rilascio dell’acido lattico e al normale indolenzimento muscolare, conseguenti a sei ore di allenamento montano, si aggiungevano i postumi della caduta, di cui sono stato vittima, proprio alla fine della via sterrata, prima di imboccare l’asfalto della zona della cava di pietra dismessa.
Mia moglie mi stava facendo un mucchio di domande ed io avevo anche piacere di risponderle, perché quella sgroppata mi aveva reso più tranquillo nell’animo, di quanto non fossi alla partenza. Le spiegavo, per filo e per segno, le varie tappe della giornata, dal fotografo Giorgio, alla foto sotto l’imbocco delle “Olte”.Certo, come facevo ad omettere quel particolare notato sul Sasso delle capre? Non sapevo mentirle, di fatto e per giunta fu lei stessa a farmi notare una strana euforia e complicità vista sui volti dei due…Eppure non riuscivo ad essere così malizioso da pensare ad un comportamento sbagliato di Giacomo. Di Bice avevo qualche nota, nei suoi trascorsi, che poteva indurmi a cattivi pensieri, ma anche nel suo caso non percepivo malizia. Parlandone con la Gian, mi feci convinto della fraternità, come significato da dare a quell’abbraccio fugace. Del resto, conoscendo il carattere di Benito, certamente nemmeno lui avrebbe gridato allo scandalo, se lo avesse saputo. Ad ogni modo la decisione comune , che presi in accordo con mia moglie, fu di lasciarmi alle spalle l’episodio e di calarvi sopra un silenzio, che non era certo omertoso…O forse sì?!La nottata passò in un lampo ed io mi alzai di buon mattino, quasi del tutto ripreso dalla fatica muscolare. Dopo un caffè veloce, che trovai di già in tavola, sceso in cucina, ci poteva stare una corsetta rilassante. Una volta tanto volli insistere con la mia metà perché venisse con me. Era da un po’ che con Assunta, aveva iniziato a fare delle brevi uscite di un’oretta, spesso portandosi verso la campagna querele, piatta ed uniforme e dove si trovava un bell’anello naturalistico, proprio calato lì ad hoc per il footing.
Dopo un paio di no, che preludevano ad una rapida capitolazione, di fronte alla mia insistenza giocosa, si mise in tuta e partimmo. Niente auto; dall’uscio iniziammo a ridiscendere la strada che porta al paese. Io con le mie A3 stradali, lei con un nuovo modello femminile di una neonata marca nipponica, che diceva essere davvero scarpa comoda ed ammortizzata.
In tutto corremmo circa un’ora, seguendo , una volta a fondo valle, la strada che accompagna il Tegorzo verso il tuffo nel Piave.
Certo fu che altrettanto e con la salita da fare, dovemmo mettere in preventivo, una volta accorti di essere ormai a Campo. Gira e rigira, mi ritrovavo sempre lì.
Ecco allora l’occasione per entrare al bar. Covavo forse la speranza di trovare Giorgio il fotografo. Non fu così, ma all’interno di quel piccolo, semplice localino di paese, respirammo una genuinità, sia nelle perone, che nei loro atteggiamenti, che ci avrebbe certamente indotto a ritornare.
La barista, Rosetta, non si formalizzò certo, nel vedere due individui vestita a corsa. Era forse abituata ad un andirivieni di gente in allenamento, dato il punto piuttosto centrale, rispetto alle traiettorie che il popolo della corsa locale teneva in zona, molto spesso transitando per Campo, ideale crocevia di itinerari diversi.
Un saluto e via, di nuovo verso casa…






















Capitolo 34

La corsa del dì di festa

Le settimane passarono in fretta e l'ambiente, tutto attorno, aveva preso un aspetto differente. I prati di un verde intenso, colorati da una moltitudine di diversi tipi di fiori selvatici. Il bianco delle margherite, sì, ma quelle piccole, che si stendono a velo, sopra quei filamenti d'erba fitta. La data festiva del 25 aprile, faceva capo, in zona, ad un appuntamento di corsa storico.
Ogni anno, in questa data, poco distante da noi, una gara che in veneto ha fatto storia, la Due Rocche.
Ad una settimana dall'avventura in terra tosco emiliana, decidemmo di andarci tutti assieme. Oramai, oltre a Giacomo ed Assunta, anche Benito e Bice, avevano trovato asilo in questa terra tra le montagne, affittando un piccolo appartamentino a fondo valle, modesto ma utile allo scopo. Era più il tempo che passavamo a Schievenin e nella conca, tutti assieme, che quello vissuto nelle rispettive dimore ufficiali a Bologna ed a Brescia.
In sei nella Giulietta proprio non era possibile, ma nel caravan di Benny ci si stava tutti comodi e quindi , di buona mattina, di quel lunedì di festa, ci dirigemmo verso Cornuda.
Era nostro costume arrivare sempre con grande anticipo alle gare, così da gustarsi pienamente l'atmosfera della manifestazione, la corsa che si sveglia e pian piano si prepara a partire.
Lungo la strada osservavo la bretella che costeggia il Piave, trasportando verso la pianura ettolitri d'acqua al secondo, convogliati in quel canale di cemento a forma di mezza luna. Una immagine già vista era la pescheria, un'altra, che nella zona sopravviveva nonostante tutto. Ancora più a sud anche una vasca naturale, incavata nella roccia ed a fianco il banco ambulante con le angurie, ora ancora chiuso, in attesa della sua stagione.
La cosa, che di quella parte di terra veneta, non mi capacitavo nel comprendere, era il coabitare singolare di un'enorme cementificio, spesso agli onori della cronaca, per via dell'inquinamento prodotto, con una riserva dedicata ai volatili, lì, assieme, ai bordi del fiume sacro alla patria. Stranezze di un mondo che spesso dovevo sforzarmi a capire, per poi sovente dovermi arrendere all'evidenza della mia personale presunta ignoranza o capacità di cognizione.
Alle sette scarse eravamo in loco, nel bel mezzo di una zona artigianale, al fianco di una grande palestra. Gli addetti ci deviarono verso i parcheggi e fu una sorpresa vedere quanta gente fosse arrivata prima di noi.
Stava per cominciare una giornata in mezzo a migliaia di persone, ma quel che avremmo scoperto più in là , nella mattinata trevigiana, era la durezza di un percorso, snodato tra più colli, che in poco più di vento chilometri, ci avrebbe messo a dura prova...ma questa è storia da raccontare.






















Capitolo 35

La Due Rocche

Venne il momento dell'iscrizione e noi, primi della fila, ovviamente sciegliemmo il percorso più lungo, i 21 km e "rotti", della MezzaMarathon. Ma attorno si era oramai formatò un brulicare di gente, che avederci dall'alto, sarà sembrato un formicaio.
Sarà stata la bella giornata, ma più semplicemente il richiamo forte di una corsa storica, a richiamare in quella cittadina trevigiana, migliaia di persone. Non lo so davvero? La Gian era un pò pensierosa, seppure conscia che avrebbe semplicemente corricchiato con Assunta, ma per loro era la corsa più lunga. Eppure era bello vederle lì, a mettersi in gioco, assieme.
La Bice pensava forse di correre in mezzo a quattro "gatte" ed era partita convinta, da casa, di prendersi qualche premio. Dopo qualche sguardo alla moltitudine di donne in corsa, pronte a sgambettarle a fianco, pareva già aver ridimensionato i programmi.
Il Benny, si sa, non aveva certo paura di nessuno, lui che sulla mezza, in gioventù, correva sotto l'ora e venti, ma ora in età più matura, forse non aveva preso coscenza che l'ora e trenta non sarebbe bastata ad entrare nei primi cinquanta. E poi...Quel nome...Due Rocche, avrà pur voluto dire qualcosa. Infatti, chi tra noi si aspettava di "galoppare" sul piano a quattro al chilometro, dopo qualche decina di minuti di corsa, avrebbe capito che la realtà sarebbe stata ben altra.
Giacomo stava in disparte, osservava con la coda dell'occhio il body aderente sfoggiato dalla Bice e con l'altra metà scrutativa, controllava di non essere controllato...He he, per essere uno storico, era ben scaltro in certe cose, ma in fondo mi compiacevo nel pensare che quegli atteggiamenti non sarebbero sfociati in nulla di sconveniente.
Io? Tranquillo come non mai ero l'unico ad aver letto bene planimetria ed altimetria del percorso e quindi sapevo di dover prenderla con parsimonia.
Si fece velocemente l'ora di partire. In mezzo a tremila persone, lungo la stradona in cui era posizionata la griglia unica di partenza ed i numerosi archi gonfiabili, mi sentivo stretto stretto, inscatolato come una sardina, tra più muraglie umane, disposte a 360° attorno a me. ERo giusto nel mezzo. Le due signore che l'avrebbero presa lentamente si erano messe in coda al gruppo e Giacomo le aveva seguite. Lì con me, la verace Bice mi si era messa proprio di dietro e devo dire, piacevolmente, mi faceva da cuscino, sulla schiena, con le protezioni naturali che madre natura le aveva così abbondantemente donato.
Benito, nemmeno a dirlo era là davanti, con i top runner, fianco a fianco con Cassi e Fregona, i signori della montagna. Chissà se si sarà chiesto il perchè della loro presenza.
Tutto intorno un vociare, soprattutto un mescolarsi di sfumature dialettali venete, eppure ad un metro da me, c'era pure un signorotto, bassetto e tracagnotto, che con altri amici parlava inconfondibilmente il sardo.
Poco prima lo avevo visto comprare un paio di scarpe tecniche in uno dei numerosi stand dell'expo gara ed ora gliele vedevo ai piedi. Roba da pazzi, sarebbe arrivato in un mare di sangue e ululante per i dolori delle vesciche provocate dalla calzatura nuova. Avrebbe imparato a proprie spese.
Bang! Partiti. Il plotone si muoveva lentamente attorno a me, mentre i primi, davanti, già avevano preso la secca curva sulla destra, dalla cui uscita saremmo entrati nel centro della cittadina.
A poco a poco, l'asfalto si fece più irto, illudendoci un pò, dato che ad un certo punto scendeva. Non so quanto ci ho messo a superare quel mortificante sentiero oltre la beffarda discesa asfaltata. Era tutta una spinta, uno sbuffare da parte di molti. Un canalino, in salita, che avrebbe portato a risalire poi prati e stradine sterrate, appunto alla conquista della prima rocca. Un paesaggio misto tra il semplice prato su cui correre odorando le prime profumazioni d'erba fresca, bagnata dall'umidità della brina e il boschivo, con divertenti saliscendi, su sentieri, tra i quali incontro a più riprese, gruppi di escursionisti della giornata di festa. Una bella atmosfera in tutti i sensi e sarà così sino all'agognato traguardo, al quale arriverò in meno di due ore, secondo del gruppo, dietro al solo Benito, che, crollato dopo metà gara, presa davvero "sotto gamba", mi ha preceduto, in fin dei conti, solo di qualche secondo.
Via via hanno poi terminato tutti, Giacomo tranquillo, a fianco della Bice e infine le due donne "calme", al passo, ma a guardarle in viso, meno provate e più soddisfatte di tanti altri.














Capitolo 36

Il castello del Piagnaro

L'autostrada è stata come un lungo ed interminabile supplizio, senza soste. Così, aveva comandato Benito. Almeno sino ad imboccare "la Cisa", avremmo fatto tutta una tirata. Ignari della presenza d'un traffico che più volte aveva fatto incavolare il Benny, avevamo accettato, quel nefasto dictat.
Ma all'ultimo Autogrill, prima del punto pattuito, fu lui stesso a cedere...Ci fermammo giusto il tempo di sgranchirci. Dagli oblò del caravan dei bolognesi, avevamo potuto vedere moltissima pianura, tantissime fabbriche e diverse periferie delle città padane ed oltre...
L'ultimo tratto era appunto la sopracitata autostrada della Cisa. Era la prima volta che ci passavo e quel serpente , a tratti sospeso nel vuoto, che saliva molto impennato in mezzo ai costoni, mi metteva un senso di quiete. Pensavo che era un peccato vedere quella enorme lingua di cemento e quei bastioni altissimi, forti nel sorreggerla, affiancati alle torri, arroccate sugli speroni, vecchie per età, ma antiche per fascino...Entrare a Pontremoli fu ancora impresa paziente, perennemente incolonnati lungo quelle curve d'una autostrada atipica, fino aritrovarsi ancora in colonna, per valicare i ponticelli d'accesso alla cittadina toscana.
Ah... la Toscana, Viareggio, ricordi che facevano ancora una volta risuonare i Pfm, nei meandri dei ricordi.
Devo dire la verità e non per fare il piacione con la gente del posto, ma Pontremoli è davvero bella.
Quel torrentino che le scorre in mezzo, il ponte antico, il forte lassù ovvero il castello del Piagnaro.
Posati gli indumenti al B&B, ci avviammo rapidi, sulle strette vie d'accesso al castello appunto. Lassù, tra le stanze , in un salone incavato sulle arcate murarie, la zona smistamento. Ci dovevano controllare l'equipaggiamento e far firmare i moduli ed avremmo avuto già la maglietta ed il pacco gara ricordo. I nostri zaini erano a posto e gli organizzatori, rigidi e fermi nel controllo, avevano mdi molto amichevoli e, per così dire internazionali. Tra di essi spiccava infatti una parlantina tipicamente anglo italiana alla "Heather Parisi", di colei che poi scopriremo chiamarsi Maria. Il volto di questa ragazza, tradiva un non so che di artistico, slegato dal resto del corpo, minuto e snello. Un viso dall'espressione sorridente, qualsiasi cosa potesse succedere. Eppure anche gli altri componenti dello staff erano davvero la cordialità fattasi persona.
Usciti dal salone salimmo sul punto più alto, sulla torre, accessibile ai visitatori attraverso una scaletta di recente ristrutturazione e l'antro era spazioso, dava una sensazione di libertà. Arrivare in cima e raggiungere le finestrelle, per gioire del panorama, fu tutta un'unica cosa.
Scesi da lì, ci soffermammo per un pò , lì, nella prima terrazza, che si raggiungeva, dall'entrata nel cortile, attraverso una gradinata decisamente caratteristica, terminante con un'arco, forse incompiuto.
Dal terrazzo si vedeva tutta Pontremoli, dalla parte storica, sino alla metà architettonicamente più attuale. I due fiumi , il Magra che affianca il Teatro della Rosa ed il fiume Verde , solcato dall'antico Ponte, credo medievale, della Cresa. Al Centro della zona storica, si ergeva la cupola della cattedrale.
Mi ritrovai presto abbracciato alla mia Gian e quello spettacolo, quel momento, ci chiesero ed ottennero un bacio sfiorato...







Capitolo 37

Appunti di viaggio....sulla via degli Abati.

Cosa preferire tra i ricordi di una corsa portata a termine con tanto di febbrone finale, svanito quasi per miracolo, poche ore dopo l'arrivo.
A conti fatti, nessun aspetto sportivo e tecnico è degno di nota nell'archivio del ricordo, considerando i luoghi visti lungo gli oltre centoventi chilometri corsi.
Alle otto del mattino un gruppone di anonimi runners, senza targhe ad honorem negli albi dell'atletica, ma con una sacrosanta dose di assenza nel senno, partiti dal Castello del Piagnaro di Pontremoli, si avviavano a tentare una impresa per alcuni improba davvero. Tra di loro noi quattro emiliano-bellunesi, carichi d'esperienza in corsa, ma privi di un punto focale al quale aggrapparci per instaurare un rapporto equilibrato tra noi, il percorso, la fatica e le energie da centellinare. Non entro nei particolari, poichè molti li ho persi sulla via suddetta, ma non scordati per sempre, semplicemente dipinti in un quadro astratto di immagini flash, da riportare alla mente ad ogni sguardo che si perda in uno scorcio similare.
Non scordo i primi metri, la rivista zaini, l'incedere verbale dello speaker , che si appellava a cognomi e nomi di gente per lui così estranea, quanto vicina nelle motivazioni e questo lo si percepiva molto bene.
Benito era da tenere a freno, nei miei piani strategici, o non sarei arrivato al traguardo nella maniera più assoluta.
Già nei primi chilometri ho il rullare ancora in testa, delle scarpe su quella ripida interminabile salita, a cui ora dare un nome non so.
Sali, scendi e poi risali. Questo era e tale fu il nostro avanzare quieto, parsimonioso e frammentato, tra passo e corsa. Circa sessanta chilometri, con paesaggi chiari e limpidamente illuminati da un sole caldo e da un cielo azzurro, squadrati dai nostri occhi sempre più stanchi, dalle cime collinari d'Appennino. La gente dei borghi, ai ristori, sulle vie boschive e sui tratturi inerbati aveva lo sguardo attento e la voce motivante di una terra che sa vivere con gli altri, che sa individuare una sfida tra tante e renderla unica.
Che bella la vistadai piedi del castello di Bardi, inizio di un paio di chilometri duri da digerire, nel mezzo di una tenzone podistica già a quel momento probante. La collina si modellava sotto i nostri piedi, risalendo con lo sguardo puntato alla rocca, più volte intravista negli ultimi dieci chilometri, ma bugiarda nel farti sentire più vicino di quanto fosse. Ma dopo dodici ore e qualcosa eravamo lì, a risalire la china asfaltata delle cittadina parmense, accompagnati dalla tonalità vocale che ci aveva spronato a partire convinti. Giacomo e la Bice arrivarono solo dopo dieci minuti, pochi per essere in corsa, molti se accompagnati da crampi e vesciche. Entrambi i nostri compagni seguirono la voce mentale delll'antico saggio che parla dello sforzo come un qualcosa da ponderare bene, valutando un onorevole abbandono ancora in discrete condizioni, anteponendolo ad una disfatta seguente, dal sapore di resa. I due si ritiravano dopo metà corsa, ma era la cosa più giusta da fare. Con loro, quasi la metà dei partiti, a far da spettatori il giorno dopo. Una sana mangiata, una dormita sul fianco di una schiena dolorante e via...Ora sì il ricordo si fa assai più vago. Molte similitudini, con la prima giornata.Partiti ascoltando i versi di una poesia dedicata al maratoneta, iniziammo subito a sentirci stanchi, vogliosi che finisse, pur mai sazi di ciò che ci appariva innanzi, al fianco. Anche il paesaggio aveva un che di già visto, ma bello, unico. Al centesimo chilometro la smorfia di Benito ci avvicinava ad un ritiro, a pochi passi dall'impresa. Quel maledetto menisco iniziava a fargli male, come nelle ultime maratone, ma dopo oltre il doppio della distanza e dopo dislivelli impensabili per uno stradista.
Fermi, accovacciati per riprendere fiato, stendemmo il telo tenda. Ora seduti, borracce ingordamente portate alla bocca, energizzanti ad ingozzo ed una decisione da prendere.
Si va avanti, il solito indomabile Benito ripetè una frase tante volte detta per scherzo, dal sapore di virtù e coraggio italico, ma incosciente, tanto storicamente, quanto per noi in quel momento:
<Vincere e vinceremo>.
Sì, eravamo tra gli ultimi, tanto se ci fossimo iscritti nel Twean Team, quanto nella fattispecie della situazione decisa all'ultimo, partecipare ognuno per se, ma dividendoci comunque a coppie, per programmare una sforzo doppio rispetto al nostro livello di preparazione in una corsa del genere.
E allora avanti, fino agli ultimi metri, il fiume, il Ponte Gobbo...Bobbio ad un passo ed eccoci in piazza, accolti come campioni tra la gente festante, sulle musiche di Vivaldi.
Ce l'avevamo fatta. Due su quattro al traguardo, ma tutti felici per una sfida grande, vinta consapevolmente, con quel pizzico di fanciullesco menefreghismo, di chi, in barba ad età e prestanza fisica, vuole provare il limite, lo trova e sa di non voler superarlo, accontentandosi di un pareggio con se stessi.
Mai corsa fu più devastante, la febbre che avevo addosso al traguardo era forse più ansiosa che fisica ed infatti passò con l'andare delle ore.
Presto avremmo rivisto la valle del Tegorzo.






















Capitolo 38

Voglia di valle

Come un fidanzatino al primo appuntamento, partecipai estraneato da tutto e da tutti, sulla strada del ritorno. I pensieri e le immagini salvate nella mia memoria, mi cullavano, talvolta aiutandomi ad appisolarmi. Era un pò quello che volevo in fondo. Arrivare in valle senza essermi mai accorto d'esserne uscito. Non so spiegare bene questo ansioso sentimento, ma era un pò come l'effetto "anestesia", quello che cercavo. Ricordare solo d'essere partito, lasciandomi alle spalle e nel dimenticatoio della mente, ogni cosa fatta nei giorni d'assenza, per poi ritrovarmi di fronte al mio chalet in legno e poter dirgli e dirmi <Sono quì>.
Diciamo che il mio progetto fu spezzato a metà, nel momento dell'avvicinamento a Brescia. Il furgone a nove posti poteva trasportare qualcuno ancora e di lì a poco, una piacevole sorpresa si sarebbe materializzata, unendosi alla podistica compagnia.
La Gian mi disse: < Ci si ferma a caricare Jonathan!>. Lì per lì, questo nome non mi disse nulla di conosciuto, poi ricordai.
Giacomo mi aveva parlato di questo ragazzino di dieci anni, figlio di una delle sue tre figliole. Avremmo portato quindi a Schievenin un'altro "bressian".
Eh sì, dato che c'era posto in casa, la Gian ed Assunta si erano messe d'accordo che ci saremmo un pò stretti e saremmo stati tutti e sette, sotto lo stesso tetto, per qualche giorno.
Or bene, all'uscita dell'autostrada, ci aspettavo un ragazzetto, dai capelli bruni e dall'aspetto gioviale benchè timido. Per il resto del viaggio, lo ebbi seduto accanto e tentai di scambiar qualche parola, uscendo dalla bolla d'estraneità verso il prossimo, che mi ero creato attendendo la mia amata verde valle. Jonathan rispondeva a monosillabi, intimidito forse dal primo incontro con me e con la banda di baldanzosi ma pur sempre anziani signori. Ma era di una educazione veramente incredibile, per essere figlio di una generazione, spesso sin troppo emancipata e graffiante. Tra le cose che mi disse, mi colpì una frase più articolata delle brevi a cui mi stavo abituando, in cui attribuiva a questo suo viaggio un significato forte, giacchè non era mai uscito dall'ambiente cittadino, purtroppo notoriamente inquinato, come quello della cintura bresciana.
Tra una fermata per il pranzo in pizzeria ed un paio di soste, per il "cambio acqua" fisiologico, arrivammo nella dolomitica provincia veneta.
Mi trovai a dividere l'oblò laterale, con questo mio piccolo nuovo amico, che, con occhi sbarrati ed espressione emozionata, si rivolse ai nonni così: < Grazie nonni , è un posto bellissimo!>
Giacomo ed Assunta gli sorrisero. Ero certo della loro consapevolezza nell'avergli fatto un grande dono e percepii che con Jonathan sarebbero stati giorni davvero intensi.
Avrei fatto da Cicerone, stando attento a non scavalcare chi di dovere, rispettando i legami di cuore.
La montagna ci sarebbe certamente venuta in aiuto.
Ecco ora sì, potevo dirlo, quel "...Sono quì!".
Ero di nuovo a casa.













Capitolo 39

Il vecchio e il bambino

Dormimmo un sonno pesante quella notte. Nessun problema ad addormentarci, tanta era la stanchezza accumulata in quei giorni appenninici. Di certo, la carta d'identità non aiutava a recuperare le forze.Una oramai sopita energia, perduta negli anni passati, ma non smorta, caparbiamente orgogliosi e mai domi. Così, la brigata di vecchietti, di ritorno dall'ultratrail tra castelli, ponti e leggende di fantasmi, si stava risvegliando dal sogno di una impresa andata come doveva andare. Il primo ad alzarsi era stato Jonathan, incredibilmente a suo agio nella nostra dimora valligiana, appariva smanioso di vivere il luogo, nella sua verde anima, all'aperto, tra gli alberi e i prati irti.
Alzatomi, lo trovai fuori, nella terrazza, ancora disadorna del tavolo e delle sedie, che accompagnavano i nostri pranzi e le nostre chiacchierate estive, respirando l'aria buona della valle di Prada.
Il ragazzo si era portato fuori la seggiola a dondolo, dal salone e stava lì, con un libro in mano ma con sguardo attirato da tutto il resto. Credo non avesse ancora letto una parola.
Nonno Giacomo gli aveva promesso un giro a piedi in compagnia, ma fece presto anche lui a capire che lo storico, quel dì non avrebbe mosso più di dieci passi.
Mi avvicinai a lui, mentre guardava il suo anziano parente, o almeno era il suo sguardo, che impietoso decretava, senza parole una impressione nitida che egli aveva nei confronti del Giacomo.
Cosa potevo fare per andare incontro alla sua voglia di scoprire, di vedere? Ecco, pur dolorante agli arti inferiori, mi feci avanti io, ma fu un riflesso incondizionato, venutomi naturale, senza forzature mentali o effetti di pietà verso di lui, che avrebbe perso uno, dei già pochi giorni di permanenza, a dondolarsi fissando avidamente quell'ambiente da scoprire.
<Senti Jonathan!> dissi, < Io andrei a fare un giro a piedi, nel pomeriggio. Non so se gli altri se la sentano, per oggi, ma se vuoi, tu sei riposato e potremmo andarci assieme...>.
La risposta non si fece attendere e fu grande la mia soddisfazione, nel leggergli la felicità in volto.
<Certo che vengo. Ma posso portare la macchina fotografica o si corre?>.
Senza troppi sofismi e peraltro con la netta intenzione di non farmi del male annuii e lui capì. Saremmo andati al passo.
Sì, ma dove? Non potevo farmi cogliere impreparato, se me lo avesse chiesto, ma il problema non emerse. Jonhatan non fece domande ed io mi presi il tempo di un pranzo abbondante, per pensarci su.
Bello, bello e bello, arrivò mezzogiorno e vedere a tavola una così allargata compagnia, mi faceva davvero piacere. Le donne si misero ai fornelli e le vidi “spadellare”. Pensai: <Oggi niente pasta!?>. Non potevo saltare il ricarico di carboidrati e feci in modo che la Bice lasciasse i secondi alle altre due comari, prendendo il pentolone con una ampia quantità d'acqua, messa in ebollizione.
Venne l'ora di sederci, Giacomo e Benito confabulavano, quasi con un filo di fiato, erano in effetti molto provati, scarichi fisicamente.Il pasto li avrebbe rigenerati.La pastasciutta con il ragù predette un secondo tipico del luogo.
Oggi polenta e schiz.









Capitolo 40

Al di là del Piave


Ci mettemmo in short e canotta, pronti per una corsetta in mezzo alla natura valligiana.
Lo sguardo di Giacomo, vedendoci partire era a metà tra l'invidia e la mortificazione.
Avrebbe senz'altro voluto essere lui ad accompagnare il nipote, ma era abbastanza intelligente per capire che il mio gesto non aveva secondi fini, se non quello di accontentare un ragazzo smanioso di scoprire questa nuova terra, a lui sconosciuta.
Decidemmo di spostarci in auto verso un luogo adatto, fresco e panoramico al punto giusto.Proposi a Jonathan di andare in territorio segusinese.
Il comune di Segusino, rispetto a Quero ed Alano, si estende , proprio in fronte ai due comuni del basso feltrino, dall'altra sponda del Piave, sino alla cima del monte che lo domina. Un paese con tutte le caratteristiche per essere visitato. Dal centro, adiacente al fiume, al quale si arriva in un'attimo, sino alle numerose borgate, che compaiono ai nostri occhi, risalendo la strada montana che, la mia Giulietta, stava scalando con l'ardire dei primi rombi.
Il giovane mi parlava fittamente, ponendomi mitragliate di domande, alle quali spesso non sapevo rispondere, giacchè, da buon foresto, molte cose e numerose note storico turistiche dovevo ancora scoprirle.
In effetti quella strada stretta, ci poneva a favor di vista, una serie di frazioncine, sovente formate da casette in muratura antica, per non usare il termine "vecchia". Era proprio una delle peculiarità che notavo preferite, dal piccolo bresciano.
Aveva nei geni, chiari e limpidi, i contorni seppur sfumati, derivanti dalla passione e professione del nonno; un futuro "storico".
Era curioso, ma anche già piuttosto informato, tanto che certi particolari architettonici, in quelle esperte mura, sia delle case, sia di contenimento, lungo la collina, riusciva a definirli e spiegarmeli molto bene.
Un caro ragazzo, la cui timidezza iniziale sembrava superata al ritmo d'ogni tornante aggirato.
Oramai c'eravamo quasi, lassù dov'era la nostra meta, l'abitato di Milies.
L'estate precedente mi ero perso la corsa che invece avrei fatto durante l'attuale stagione.
La N'dar e Tornar dal Doc era una classica corsa non competitiva, giovane in quanto ad edizioni organizzate, ma già ricca d'esperienze organizzative e fascino. Così almeno mi avevan detto alcuni podisti incontrati alla crono scalata Valdobbiadene-Pianezze.
Il percorso da fare, quindi non lo sapevo direttamente e avevo, di conseguenza, dovuto informarmi attingendo notizie dal web. Trovai le informazioni necessarie, su un forum di corse in natura, denominato SpiritoTrail.
In questo sito, vera alcova del trail e dei corridori del fuoristrada, di tutta la penisola, scovai la traccia Gps, segnalatami contattando vari amatori che l'avevano corsa. Ironia della sorte, fu un'altro forestiero,
un veneziano, tal Lele, a fornirmela.
Ebbene, parcheggiata l'auto nello spiazzo al centro del paesello, ci preparammo a percorrere quei tredici chilometri circa. Non sapevo cosa mi aspettasse, ma il zompettare di Jonathan mi faceva dimenticare l'accumulo d'acido lattico della ultra appena corsa e mi metteva una allegria, della quale ero evidentemente sotto contagio.
Allacciati gli zainetti e con una coppia di bastoncini a testa eravamo pronti ad incamminarci verso la montagna.
In breve il bel pozzo, al centro dello spiazzo, era alle nostre spalle. Cominciava una nuova avventura, che, come già scritto da altri, vedeva protagonisti proprio il vecchio ed il bambino.

http://alexgeronazzo.blogspot.com/

“La fine non è scritta…la corsa continua…
Continuo rincorrer altri,superar se stessi.
Ricerca del finale degno,di noi attori…
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Re: "Il corridore di mezza via" : IL ROMANZOWEB

Messaggiodi ArGo » 18 ago 2010, 14:43

Capitolo 41

La velina

Mentre iniziavamo la passeggiata, Jonathan tirò fuori un foglio stampato. Prima di partire era andato a guardarsi il sito dal quale avevo preso la traccia del percorso di oggi, spiando gli ultimi argomenti che avevo guardato io. In effetti , il permesso di usare il mio portatile glielo avevo dato io, su sua espressa richiesta.
Mi chiese di fermarci un attimo, dicendomi così:
<Senti Pino, ho trovato la recensione di questo giro, fatta dal commentatore della passata edizione, che lo aveva percorso il giorno prima della corsa, con un amico. Sediamoci un momento a leggerlo, così forse sarà ancora più interessante seguire anche una traccia verbale della camminata che andiamo a fare...>
Come non assecondarlo?... e poi, mi aveva incuriosito.
La velina diceva così:
"...lo speaker di domani, oggi è stato a supervisionare il percorso, per voi.
All'inizio tanta salita, su strada sterrata, non ripidissima, ma costante nel suo salire verso la malga...
La salita è quasi tutta interna, ovvero contornata da tratto boschivo che parzialmente ripara da eventuale sole a picco...Quando la strada comincia a spianare, si è ormai nel tratto monticato. Io ho trovato il cancello da aprire, a voi spero vada meglio . Oltrepassato il cancello la carraia si fa più sconnessa e si rimane sotto una bella malga, contornata da grandi alberi verdi. Ad accogliervi un paio di asini, le mucche e le pecore...e pure le tracce organiche segno del loro transito . Il panorama che sia apre di fronte alla malga è uno spettacolo naturale incredibile, con Milies che si fa piccolo piccolo, ma grande rispetto a quel piccolo rivolo che pare divenire il Piave.La conca alanese è una piana inserita nel massiccio compreso tra il Monfenera (Monte Tomba) l'arcata inferiore dei pendii del grappa con la Croce Zsoc e più piccolo il "pandoro" che sovrasta campo che è Rocca Cisa ed il Col de Roro, teatro della CSC.Siete ormai sul Monte Zogo. In cresta si corre su strada inerbata, con il suggestivo panorama che ora si apre anche dietro, facendovi scorgere sia le prealpi della valbelluna che gli aspri tratti dolomitici. Se guardate ad est, quindi di fronte a voi, una montagna lievemente più bassa si erge in territorio querese, delimitata ai margini da due speroni rocciosi, il più ampio dei quali è il vertice sud-est , chiamato Castel di Prada. Ok, ho trovato lì, il buon Vanio, Diego ed Alessandro intenti alla tracciatura, con Vanio che manco ha fatto tempo a scorgermi in lontananza ed ha tentato di accecarmi con uno specchio , deviando i raggi del sole (pochi per fortuna!) e man mano che mi sono avvicinato ha iniziato a minacciarmi col bastone perchè non avevo portato la birra .
Così, col mio compagno d'avventura, siamo scesi lungo il crinale, piuttosto corribile anche nei brevi tratti di sentiero, fino a giungere alla piana finale, di poco più di due chilometri, ma credo dura da gestire , dopo aver corso parecchia discesa, suppongo quasi tutti a buon ritmo, considerandone la corribilità. OK. Domani è alle prte e lì, al maneggio ci sarò io ad attendervi...
Io mi sono davvero gustato un gran bel percorso. Il consiglio che vi dò è di mollare un pò sulla cima, rubando qualche secondo al crono, ma aggiungendo gratificazione alle vostre pupille, di fronte davvero ad una zona panoramicamente meravigliosa.
BELLA! "...
Letto e ascoltato, partiamo!






Capitolo 42

La paura

Non potrò mai scordarmi quell’escursione. Avevo al mio fianco un giovane di talento, con un cuore grande ed una passione innata per l’ambiente, il verde, quella natura così selvatica, della quale aveva avuto poche possibilità di raccogliere le emozioni visive. Mi raccontava della vita in città, dei genitori spesso assenti. Mi diceva che l’unico odore che riconosceva , uscendo di casa, era quell’acredine prodotta dagli scarichi d’ogni tipo, che quella giungla di cemento, la città, intrappolava, senza vie di scarico, senza l’aerazione necessaria di un vento oramai agente atmosferico quasi sconosciuto.
Era un fiume in piena, aveva il volto della gioia di vivere. Si stupiva continuamente della varietà di odori e profumi, dalla provenienza poliedrica. Persino l’olezzo naturale dello sterco di mucca lo fece inebriare, in quel senso di immedesimazione che via via si stava impossessando di lui, rendendolo vero e proprio elemento di un creato così selvaggio, quanto anche incredibilmente diretto, nel “farsi vivere”.
Che bello, l’incontro uomo natura. Che fortuna essere stato lì a godermi quello spettacolo.
Jonathan era il nipote al quale non avevo mai pensato, ma che mi accorgevo avrei fortemente voluto. Sì, forse mi mancava quel sentirmi saggio, maestro…nonno. Mi chiamava Pino e a me faceva piacere, meritava quella confidenza che lasciavo abitualmente solo agli amici.
Ero estasiato, meditavo , quasi assopito dal quel parlare continuo del giovane. Oramai eravamo sulla cima, avevamo già superato il prato oltre la malga. Voltandomi vidi i rami degli alberi antistanti la baita, sopra la collinetta dietro a noi, ondeggiare in un moto violento…Mi risvegliai bruscamente dal torpore in cui stavo cadendo, cullato da quel monte e accompagnato dal piacevole, interminabile brusìo, metà rumor d’aria, metà tonalità umana. Era il caso di muoversi, oltre la cima, proprio dietro l’orizzonte frammentato da quei mille rami impazziti, che continuavo ad osservare, mezzo inebetito, si scorgeva un cielo blu scuro, con bagliori ripetuti da fulmini in lontana azione temporalesca.
Anche il ragazzo si rese conto che stavamo per essere raggiunti dalla perturbazione, che pareva particolarmente pregna di pioggia e densa di saette. Iniziammo a correre, sul sentiero in discesa, ancora prativo. Se i calcoli erano esatti e la via intrapresa era quella giusta, avremmo incontrato a breve la strada carraia che ci avrebbe riportato al punto di partenza. Era fondamentale arrivare all’auto prima dell’imminente temporale, altrimenti ci saremmo ritrovati in mezzo al bosco, col pericoloso cadere dei fulmini sopra la testa e , per di più, pericolosamente tra una fitta vegetazione boschiva.
Jonathan aveva un buon passo di corsa ed anche una certa proprietà di controllo del movimento, in quel terreno piuttosto frastagliato. Accelerava ed io facevo fatica a stargli dietro, carico dei chilometri che avevo corso sugli Appennini. Nulla da fare, lo stavo perdendo, ma pareva che sapesse bene la strada da prendere. Non so dire il perché, ma ad un tratto iniziai ad avere timore per lui. Sentivo i suoi passi calpestare la fitta pietraia di cui era intrisa la strada, oramai imboccata. Diversi tornanti in sequenza, mi permettevano, di tanto in tanto, di intravedere i tacchi delle sue nuove scarpe da trail running, che con orgoglio mi aveva mostrato durante la vestizione pre partenza, laggiù a Milies.
La mia paura era che esagerasse nel dare confidenza a quella via, apparentemente facile, ma pur sempre parte integrante di una montagna…la tua più bella amica che può rivelarsi in un “trick”, anche la più bastarda tra le tue amanti…se esageri con la foga può anche farti molto male.
Non so perché, non ricordo come, ma ho in mente ancora adesso quel grido strozzato…
<Aaaaaahhhhh…Pinoooo aiu…to, ai…u…to….>.
Un brivido mi percorse la schiena, feci appena in tempo ad udire quel grido soffocato, mentre la strada cambiava direzione, sporgendosi a valle sopra un costone roccioso infinito, praticamente a picco sul Piave….























Capitolo 43

Dov'è il ragazzo?

Attorno a me tutto si era fatto immensamente vuoto. Lo sguardo cercava un sagoma, un segno tangibile di quel che potesse essere accaduto, dietro a quella maledetta curva, resa ancor piu' cieca dal ritmo , oramai fisicamente insostenibile, da un esperto, al cospetto del vigore giovanile incosciente.
Fermo... immobile...Cosi ero io in quell'istante che non passava mai. Lo sguardo fissato nel vuoto, la ricerca di una sagoma, di una immagine e la voglia di una percezione sonora, un movimento, un lamento, qualcosa che potesse rompere quel roboante silenzio drammatico.
Quel nulla, aperto a pochi passi da me e ad un niente dal cono visivo alla mia destra, metteva un'ansia che andava oltre il terrore del vuoto. Avevo piu' di quanta paura avessi avuto mai, piu' di quell'angoscia che ispirava, pensandolo possibile teatro di una tragedia che pareva oramai scritta sulle tavole d'un imponderabile destino.
Eppure dovevo andare oltre l'ostacolo mentale, quello che quasi mi immobilizzava. Avevo una sensazione ambigua, tutto appariva irreale, una dura realta', persino trppo diretta per crederla possibile.
Mi avvicinai, accompagnato da un silenzio tombale, a quell'apertura che dominava il crepaccio. Niente e nessuno, l'inverosimile compagnia che avevo accanto.
Il vento soffiava forte, laterale ed opprimente, tale da togliere il fiato, freddo da sembrare glaciale, come quell'atmosfera.
Dov'era quel ragazzo? Quale la sua sorte? Ero divenuto l'antitesi totale dell'uomo impavido che si beffa del pericolo, alla ricerca di una verita' necessaria ed urgentissima da scoprire.
D'improvviso una folata piu' forte, ma di verso contrario alle altre, mi respinse lontano dal ciglio del burrone, quasi se fossi stato tirato indietro da una forza soprannaturale. Mi torno' in mente quel sogno e quella poesia alla radio "...la fine non e' scritta...".
Una inaspettata , ritrovata lucidita' mi colse. Le fronde degli alberi lasciavano uno spazio, attraverso il quale vedevo un'orizzonte scurissimo...tra i rami e quello sfondo buio...la malga...
La malga? Qualcuno mi strattono' le spalle, nuovamente, da dietro , attirandomi a se.
<Andiamo Pino, ti sei incantato? Sta per diluviare, cerchiamo riparo o chiediamo rifugio lassu'...Muoviamoci dai, per favore!>. Era Jonathan ed io mi resi conto di non essermi mai mosso da li'. La discesa, la paura, il ritardo e l'inverosimile...Ancora una volta ero stato vittima del mio essere sognatore, ma questo divagare col pensiero, questa assenza totale di percezione temporale mi lascio' con una indescrivibile , interiore, sensazione di disagio.
Ma ero contento, il ragazzo stava bene.




















Capitolo 44

La croce in alto

Quel pomeriggio passo' in fretta e come previsto, ne ero certo, mi sarebbe rimasto in mente per molto tempo.
La malga, nella quale eravamo andati in cerca di rifugio, l'avevamo trovata deserta e quindi ci eravamo riparati sotto la tettoia del ricovero legname, seduti sopra due balle di paglia, che a giudicare dall'odore di muffa, dovevano essere li' da un bel po'.
Il rumore della pioggia sul tetto in lamiera aveva accelerato la mia cognizione del tempo e quando il cielo schiari', mi parve esser passato un' attimo, ma in realta' erano due ore che stavamo al riparo la' sotto.
Mentre scendevamo lentamente a valle, ripercorrevo mentalmente quella scena immaginata e cercavo con lo sguardo quel precipizio, che in realta' non c'era proprio, lungo quel versante di montagna. Si', il Piave lo si vedeva di tanto in tanto, tra le aperture di una vegetazione a tratti molto fitta, ma senza che si aprisse alla nostra vista, dall'alto di alcun precipizio.
Sulla via del ritorno, in auto verso casa, Jonathan si era fatto silenzioso. Capivo che aveva sentito intensamente il fascino di quella piccola avventura e che ora, ripensandoci, era naturalmente deluso dal percepirla come un ricordo, pur essendo stata appena vissuta.
Forse per invitarlo a conversare o magari per regalargli una nuova bella aspettativa, gli proposi di tornarvi, per partecipare alla gara vera e propria, ma non lo vidi entusiasta, restio alla competizione, differentemente da suo nonno.
Di certo non mi mancavano alternative ed idee per fargli vivere natura e luoghi, emozioni e spicchi di storia di questo territorio, che gli si leggeva addosso, quanto gia' ne fosse invaghito.
Di li' al pensiero di portarlo sul Grappa e senza dubbio anche sul percorso teatro della sfida con Giacomo, la strada che mentalmente percorsi fu cosi' breve che il muso della "Giulietta" gia' puntava verso la Conca degli eroi.
Il ragazzo guardava spesso verso la cima delle montagne e, giunti nel parcheggio di fronte al museo della frazione alanese, rivolto ad ovest, mi chiese come si chiamasse quel monte che sovrastava il colle con la chiesetta di Tessere, che pure gli interessava, poiche' indugio con lo sguardo piu' volte verso i colonnati del santuario, che si potevano intravvedere.
Il monte a cui si riferiva era Madal, con la carattesristca croce sulla vetta di punta Zoc.
<Ci vorrei andare una volta...> disse sospendendo la frase, quasi volesse aggiungere qualcosa che all'ultimo forse gli parse offensivo.
Ma io capii o almeno cosi' ho creduto e quindi terminai la sua richiesta...
<Stasera ne parliamo a Giacomo!Tuo nonno vorra' venirci con noi e gia' domani ce lo trasciniamo... assieme>.
Annuendo, sorrise.



















Capitolo 45

Per non dimenticare

Quel giorno era iniziato nel peggiore dei modi. Gia' al momento di alzarmi, le gambe erano come intorpidite,
avevo una sensazione di stanchezza generale e gli arti inferiori li sentivo particolarmente pesanti.
Cercavo di non far trasparire la mia preoccupazione, ma in realta' questo continuo malessere mi stava portando ad uno stato d'ansia costante.
Dopo colazione cercai di mettermi in movimento. Scendendo la strada verso le vecchie scuole era chiaro che ci fosse qualcosa di anomalo, anche la mia corsa, anziche' in spinta tendeva alla ritenuta. La schiena costantemente inarcata, le gambe rigide, il collo stranamente incassato tra le spalle.
Mi capitava da tempo, ma in realta' era la prima volta che ci facevo caso davvero.
Devo ammettere che anche psicologicamente era cambiato qualcosa, in un periodo in cui i D'Arda , quindi Jonathan ed i romagnoli erano assenti dalla vita in valle.
Ripensavo alla promessa fatta al ragazzo ed all sua fuga imposta da quel brutto episodio che gli aveva fatto perdere il padre, segnando forse definitivamente anche Giacomo ed Assunta.
La vita e' questa. Prende e da', ma non sai quando e come nè quanto o perche'. Io so cosa vuol dire perdere un padre e capivo bene come potesse aver reagito il mio giovane amico.
Questi pensieri mi distraevano, ma avrei voluto poter pensare a cosa meno tristi, giacche' quell'episodio aveva molto turbato anche me, da sempre impaurito di fronte al tema morte.
Arrivato alle vecchie scuole, ora ostello turistico, presi la direzione della chiesa e del centro giovanile Col della Croce. la strada era piu' in piano ed ero stanco di discesa, gia' dopo pochi chilometri e meno di un quarto d'ora di corsa fatta.
Giunsi in fretta al colle, da li' potevo vedere tutta la valle, solcata dal Tegorzo. Un'ampio terrazzo davanti l'entrata del luogo di preghiera consentiva di ammirarla da diverse latitudini. Ai piedi della chiesa il campo da tennis e l'area dei musei. Poco piu' a destra una vasca in cui, un tempo, l'acqua che la riempiva era l'habitat quasi naturale di trote di grosse dimensioni, spesso preda dei partecipanti alle gare di pesca sportiva. Queste note ricordavo di averle lette in un libricino trovato al bar di fondo valle, credo intitolato "Per non dimenticare"...



Capitolo 46

Strani bastoni

Un sole caldo mi accompagnava costantemente nel mio peregrinare in corsa stentata. Mi gustai pienamente la lunga scalinata in pietra che scendeva il colle e riportava a valle, nei pressi del borgo di Schievenin. Un insieme di costruzioni fittamente erette su una collina scoscesa, alla destra del torrente. Molte di esse, appartenenti ad un passato oramai molto datato , erano palesemente disabitate, ma curate nelle piccole corti, probabilmente dalla gente del posto, che ci teneva a quel senso di ordine, dal fascino assoluto ed indiscutibile. Era presentea ncora qualche piccola stalla, che, nei pressi delle abitazioni, dava un senso di rurale, quasi che il tempo fosse fermo a decenni prima. Che bellezza, che pace.
Quel sapore di vita retro' mi ammaliava, tanto da fregarmene dell'allenamento in se e prendermi frequenti pause di contemplazione di quegli angoli magici di valle. Saranno state le nove della mattina quando , assetato, raggiunsi la fontana posta ai piedi della borgata. L'acqua scendeva perpetua lungo un sottile tubicino in ferro. Era fresca, dissetante, quella si' davvero purissima. Ancora una volta il guscio naturale delle mie mani mi faceva da contenitore, dando a quel liquido un sapore lievemente salato, naturalmente "inquinato" dal sudore di quell' improvvisato roseo bicchiere.
Vidi , con la coda dell'occhio, proiettata sull'asfalto attorno ame, un'ombra imponente che avanzava verso di me.
Alzato lo sguardo riconobbi le possenti sembianze di un'omone gia' incontrato al mio arrivo a Campo, quella volta della corsa. Un episodio che non racconto spesso, poichè si tratta dell'errore commesso, arrivando nel paesello alanese, una settimana prima del previsto. Non diro' nulla di pu' perche' ancora oggi me ne vergogno un po'. Era comunque un piacere rivedere quel signore che avevo sempre creduto campese e che invece riscoprivo valligiano. C'era una reciproca gioia in questo incontro e lui, avvicinandosi aveva un sorriso aperto ed amichevole coperto dagli enormi baffoni ingialliti dal chiaro essere figuro trasandato, ma sapiente ed esperto nel contesto di quell'ambiente , chiaramente suo. Anche dopo quell'incontro per me sarebbe rimasto impresso come "l'innominato", non avendo chiesto il suo nome e consapevole che anche per lui io sarei stato sempre e solo "il bolognese" o "el bolognès". Infatti proprio cosi'mi disse, appena visti:
< Ti te se el bolognès...sempre de corsa?>. Continuo' a parlare ininterottamente per una mezz'ora buona, senza che io proferissi verbo, assorto nell'ascoltare le sue storie, dall'emigrazione per lavoro, nelle miniere del Belgio, al rientro in patria, da uomo benestante, da anni adagiato su quella ricchezza accumulata in gioventu'. Descriveva gli anni recenti, come un continuo vivere, camminando la montagna, la sua valle, della quale conosceva ogni angolo, anche il piu' recondito.
Era mezzogiorno quando mi resi conto d'essere seduto sul muretto in sassi che guarda dall'alto il fiumiciattolo, con a fianco quell'uomo affascinante. Appena mi lascio' spazio per parlare, mi venne spontaneo confidargli che la mia corsa stava rallentando progressivamente a causa di quei malanni ai quali non davo ancora spiegazione.
Mi fulmino' con uno sguardo secco e severamente incalzo':
<Mai molar...Anca se tu se an foresto, ormai tu se un de noantri e qua' in val no ghe ne nesun che se da' par vint...>.
Quella frase cosi' austera e rigida mi fece capire che la gente mi considerava oramai uno di loro ed il fatto di chiarirmi che che e' del posto non molla mai di fronte alle difficolta', mi indusse a riflettere ed a decidermi a cercare il motivo del malessere che iniziava a tormentarmi.
Stavo per andar via, quando l'omone che avevo di fronte ostento' un sorriso invitandomi a rimanere li' ad attenderlo qualche secondo. Spari' dietro l'angolo della casupola che avevamo alle spalle e dopo pochi minuti torno'. Aveva in mano un paio di strani bastoncini telescopici, come i classici bastoni da trekking, ma con un lacciolo particolare sull'impugnatura. In dialetto stretto mi spiego' che mi avrebbero aiutato per il mal di schiena: <Informete e fa an corso de caminada nordica...I ghe diss nordic walking>.


















Capitolo 47

La svolta

Ne avevo sentito parlare. Una disciplina nuova, che ancora non aveva del tutto fatto presa, ma cominciava ad andare di moda. Si trattava sostanzialmente di usare quei bastoncini, a supporto della camminata. Camminare? Va bene, avrei anche potuto pensarci su, ma mi sembrava un'enorme passo indietro rispetto a tutti questi anni di corsa vissuta pienamente.
Eppure la saggezza che quell'uomo mi aveva ispirato, in quei giorni mi indusse ad andare da un medico sportivo del trevigiano, una sorta di "santone" nel ramo delle problematiche fisiche degli sportivi.
La realta' che emerse , anche dopo successivi accertamenti piu' accurati, risulto' essere meno grave di quello che oramai mi ero rassegnato ad immaginare. In effetti il problema partiva dalla schiena, dove si erano formate delle piccole ernie tra i dischi della colonna vertebrale. Il consiglio che mi diede l'esperto fu di sottopormi ad una serie di sedute di fisioterapia per migliorare la mobilita' e eliminare certe tensioni muscolari, evitando per un po' di correre. Fu chiaro comunque che anche in seguito, avrei dovuto evitare la corsa sull'asfalto e non era consigliabile percorrere lunghe distanze. La soluzione era quindi la corsa in natura ed in questo la valle mi sarebbe stata complice ed amica.
Fu un periodo di intensa frequentazione tra me ed il fisioterapista prescelto, uno di Feltre.
Devo ammettere che quegli esercizi e le molteplici manipolazioni mi fecero un gran bene. Avrei voluto riprendere a correre, rimettermi le scarpette tecniche e ripristinare il rapporto tra me, il mio corpo, le sensazioni e l'emozione del muovermi tra quelle montagne oramai mie. Non mi era concesso pero' ed in questo il terapeuta fu inflessibile:
< Niente corsa, al massimo camminare, l'ideale sarebbe il nordic walking Pino>. Ecco che ritornava quello strano sport, cercando di insinuarsi nella mia vita cosi' completa e sportivamente conformata.
Ero piuttosto titubante e sospettoso, avevo quasi la percezione di star per cadere in un tranello orchestrato da chissa' chi, che mi avrebbe allontanato dal mio mondo fatto di corse, allenamenti e scorribande a ginocchia levate.
Eppure dovevo capire di cosa si trattasse, cosi' alla seduta successiva portai con me i bastoncini che l'omone del borgo mi aveva imposto di tenermi come suo regalo.
Il consiglio che mi fu dato, fu di documentarmi autonomamente e magari, dopo aver provato la tecnica, partecipare ad un corso con specifici insegnanti, giacche' in provincia erano gia' attivi in molti e diversi percorsi adibiti alla pratica se ne trovavano dalle prealpi alle dolomiti. Mi feci convinto e decisi di provare anche questa esperienza, che peraltro poteva essermi fisicamente piu' che utile.





















Capitolo 48
Da Brescia a Prada

Quel sabato mattina era previsto un meeting, a Vittorio Veneto, in cui molti relatori, esperti del settore e di contesti affini, davano modo di conoscere meglio la camminata nordica, scoprirla e magari viverla, attraverso esibizioni e vere e proprie escursioni che l'indomani si sarebbero svolte sulle montagne della zona.
Giacomo ed Assunta erano nostri ospiti, oramai per l'ultima volta, visto che era completamente restaurata la piccola casetta , poco distante dalla nostra , che avevano comprato per una cifra irrisoria, dato che era uno stabile in precarie condizioni di stabilita'. Ero contento che anche loro avessero preso la decisione di stabilirsi quassu', lontano dalla citta' e probabilmente distante dal forte dolore che avevano in cuore per la perdita del figlio. Gia' , una brutta storia della quale evitavamo di parlare per non ferirli. Anche Jonathan era con loro. Lo avevano oramai in custodia, visto che la madre se n'era andata via con un nuovo uomo, lasciando suo padre in preda ad una follia rivelatasi poi fatale. Il ragazzo era molto dimagrito ed aveva il viso scavato, con occhi anneriti dallo strazio cxhe stava patendo. Per fortuna quei suoi nonni potevano averne cura e forse cercavano nella quiete della val di Prada, la pace interiore che servisse come pozione non medicinale a rendere almeno un po' di serenita' a quel piccolo uomo.
Visto che io e la Gian ci saremmo sentiti spaesati, se fossimo andati da soli al meeting, decidemmo di invitarli. Ci volle un po' di capacita' persuasiva in piu', per convincere Jonathan rispetto ai suoi vecchi, ma mia moglie seppe trovare le parole giuste.
Per andare a Vittorio veneto avremmo potuto prendere diverse strade, ma io volli passare per la panoramica che da Valdobbiadene attraversa tutti i vigneti della dorsale prealpina , situata nella zona a denominazione di origine controllata, sopra la vallata del Piave. la cosiddetta "strada del prosecco", via di comunicazione di rara magnificenza paesaggistica, costellata di vigneti che la "accompagnano", sino alla piana che oltrepassa l'abitato di Combai, celebre localita' produttiva del castagno e dei suoi frutti.Prima della nostra meta, si poteva ammirare anche l'area lacustre di Revine, il cui bacino idrico, dopo le abbondanti piogge terminate solo da qualche giorno, era rigonfio e lambiva i parchi sottostanti la strada di nostra percorrenza.


Capitolo 49

Il meeting internazionale

Chi lo sa cosa mi passava per la testa in quei giorni. Probabilmente nemmeno io capivo il perché avessi portato con me quelle persone ad ascoltare una serie interminabile di oratori, peraltro brillantissimi nell’esposizione e dalle innumerevoli e svariate competenze. Me ne stavo seduto in ultima fila e gli altri eran lì con me, ma mentre le donne ed il professore stavano particolarmente attenti ad ogni singola proposta degli esperti, il giovane Jonathan era visibilmente disattento, con il volto realmente sconvolto nell’espressione che provai una immensa pena, nel guardarlo. Io non sapevo cosa potevo fare per renderlo piu’ partecipe o semplicemente per tirargli su il morale comprensibilmente provato dai fatti che lo stavano coinvolgendo. Era chiaro che la tragedia lo aveva reso inerme, indifeso di fronte a tutto ed a tutti. Uscimmo insieme, in un movimento simultaneo, senza accordo né richiesta, tanto che quella simbiosi mi diede coraggio, stimolo per avvicinarmi a lui, al suo profondo disagio. Seduti a terra, su quel fraticello verde, ben curato, parlammo per quasi un’ora. Ogni tanto sbirciavo l’interno della sala congressuale, che si vedeva attraverso il telone trasparente che fungeva da riparo murario a quello che certamente, nella bella stagione, diveniva un terrazzino estivo, aperto verso il prato, a disposizione dei clienti del circolo sportivo..Da dentro, nonno Giacomo ogni tanto incrociava il mio sguardo e abbozzava un sorriso che era per me quasi una sorta di liberatoria ad interagire con il suo ragazzo. Scendevano il viso quelle due lacrime stentate, prova di un dolore che non voleva uscirgli da dentro, ma parlava, eccome se parlava. Lo stetti ad ascoltare, finchè ad un certo punto disse: < …Guarda Pino, quella signora, corre avanti indietro, dirige, ascolta, parla…Ha il fare della tua Gian>. Si riferiva a colei che , avremmo poi scoperto chiamarsi Fernanda ed essere l’artefice di quel primo meeting internazionale di nordic walking, alla scoperta delle Prealpi e occasione di incontro tra le varie scuole di pensiero della disciplina. Gli piaceva quella donna, di carattere visibilmente autentico e coriaceo. Aveva lo sguardo fiero, come poche volte si vede sul volto della maggior parte degli uomini. Lei , si vedeva, aveva scelto di credere a quell’evento e nulla le sfuggiva, di ciò che accadeva attorno. Capii, in quei momenti , che c’era qualcosa di molto intenso in quello sport che mi accingevo ad imparare. In effetti, nel pomeriggio ci furono diverse dimostrazioni pratiche, da parte di numerosi istruttori, gli stessi che, l’indomani, ci avrebbero accompagnato sui percorsi sulle Prealpi Trevigiane, previsti come conclusione delle due giornate dedicate alla camminata nordica.Tra tutti, ero molto colpito da un signore molto competente, che tutti trattavano come se fosse un vero e proprio “guru”. In effetti lo era. Jonathan , con nostra sorpresa, afferrò alcune paia di bastoncini, messi a disposizione per gli ospiti e ce ne consegnò un paio a testa. Accondiscendemmo e iniziammo un vero e proprio corso accelerato. Il nostro maestro era proprio lui, Pino. Chi io? No, certamente non poteva essere, eppure era così, si chiamava come tutti chiamavano me. Fu un pomeriggio splendido, imparammo la tecnica alternata e quella parallela, o almeno così ci illudemmo che fosse. Facemmo conoscenza con il nostro insegnante, che scoprimmo essere scrittore, ex atleta di livello, dallo sci di fondo all’orenteering, ora fondatore della Scuola Italiana nordic Walking. Ma fu con Jonathan che egli instaurò un rapporto piu’complice, percependo, a suo dire, un qualcosa di molto emozionale, nel nostro ragazzo, che lo seguiva, tra movimenti e parole, con una attenzione che parve distrarlo dalla sua ansia.
Alla fine della giornata il ragazzo si avvicinò a me e Giacomo, dicendoci: < Mi dovete accompagnare in un luogo, un posto in cui potrò parlare a papà. Lo ho capito, è lì che ho bisogno di andare…>
























Capitolo 50

Una croce e il Cristo…

Quella mattina ci alzammo prestissimo, dovevamo raggiungere il passo Rolle, in Trentino, nel comune di Tonadico. Con noi avevamo i bastoncini, divenuti per me elementi inseparabili. Dalla promessa fatta al ragazzo, di portarlo alla croce del Monte Zoc, era passato molto tempo ed era rimasta inesaudita. Ma era stato lui stesso a indicare un altro simbolo uguale come meta da raggiungere, per ritrovare la serenità perduta, con il suicidio del padre. Forse era solo una sua illusione, ma chi ero io, chi siamo noi per giudicare i sogni e le aspettative degli altri. Io sapevo soltanto che quella passeggiata, tra le rocce vicine alle celebri pale di San Martino, poteva essere e sarebbe stata, un’altra tappa di avvicinamento a quella disciplina che in quelle settimane mi aveva cosi’ inaspettatamente giovato, al fisico ed allo spirito. Il nordic walking non avrebbe mai sostituito la passione di una vita, quella per l’amata corsa, ma certo stava diventando un completamento di quel percorso iniziato da giovanissimo. Ora le mie gambe non giravano più come prima e la mia schiena risentiva delle tante pressioni subite , accompagnando ed assecondando la mia vita podistica.
Tant’era. Quei pensieri negativi legati all’impossibilità di correre erano oramai un ricordo, sostituiti da un nuovo modo di pensare, positivo, su quattro appoggi. Sì, come se fossi tornato bambino, mi portavo avanti appoggiandomi al terreno anche con le braccia, allungate verso terra, attraverso quei metallici supporti, che oramai erano parte del mio corpo di sportivo in evoluzione.
Come si respirava bene, oltre quei duemila metri, su quel sentiero ripristinato per quelle migliaia di persone che, come noi, da pochi mesi, lo attraversavano, portandosi al cospetto di una figura maestosa, che era materialmente imponente, quanto pregna di un significato indescrivibile. Eravamo sulla via del Cristo Pensante, un vero e proprio percorso segnato nel Parco Naturale Panavegio-Pale di San Martino. A Jonathan lo aveva raccontato quel Pino, il signor Della sega, uomo immagine della camminata nordica in Italia. Lui aveva inventato il “trekking del Cristo Pensante”, che si snoda dai sentieri della val Venegia, sino alla cima del monte Castellazzo. Lassu’ qualcuno ci attendeva.
Un velo di tristezza ci accompagnò in quell'ultimo allenamento. Chissà perché lo perecepivo come ultimo poi? Lo avrei capito qualche tempo dopo, ed il significato di questa mia impressione si sarebbe rivelato più positivo di quanto mai avrei potuto immaginare.
Ai piedi dell’ultima salita, Jonathan si rivolse a noi e disse : < Pino, slega i laccioli e saliamo di corsa, anche tu nonno Giacomo. Prendetemi le mani e fatemi correre fino a lassù>…Allora capii.
Dovevamo ritrovare il tempo...Un tempo per credere che qualcosa potesse tornare a far sorridere quella giovane vita impregnata oramai di un dolore interiore profondissimo.
Davanti a noi, stremati da quella corsa con le mani intrecciate, ognuno parte degli altri compagni, una figura divenuta oramai di culto. Il Cristo era lì, seduto…con il gomito appoggiato al ginocchio e lo sguardo ad osservare il suo mondo. Egli aveva appunto l’espressione di chi pensa. Mi sentii minuscolo, parte d’una terra in cui di passaggio, siamo tutti solamente ospiti. Mi inginocchiai…Il mio pensiero deviò su Jonathan.
<Io, Venanzio Pini, di fronte a te mi prostro, accompagnami, indicami la via da insegnare...>
Il silenzio rispondeva da se..
.Si era fatto tempo di tornare; mi girai ancora un secondo ed il ragazzo era lì ad osservare il vuoto, di fronte al precipizio...Si girò verso Giacomo,
passò una mano sul profilo della grande croce e per un attimo rimase a fissare la corona di filo spinato che cingeva la testa del Cristo. < Sai nonno…> disse riprendendogli la mano, <…quassù papà è molto vicino a noi, ad ogni soffio di vento è come se lo sentissi vivo, quasi che voglia accarezzarmi la pelle…>.
I due si guardarono e si sorrisero…






















Capitolo 51

La fine non è scritta…la corsa continua

Che strana sensazione essere di nuovo a Campo, dopo l’esperienza mistica vissuta qualche tempo prima. C’era ovviamente qualche cosa di diverso. Ero in coda al gruppo, con al fianco la Gian e dietro di noi i tre bresciani. Per l’occasione la Bice e Benny arrivarono dalla terra dei tortellini, me lo avevano promesso.
Eh sì, questa storia, tanto inventata, quanto vera, cari lettori, ricomincia da lì, da dove era cominciata. Noi , insieme in seno ad una corsa, la corsa di Campo, la “San Daniele”…
Quanto vicende hanno accompagnato il buon Venanzio, attraverso quelle montagne e quelle valli, delle quali si è innamorato al primo sguardo.
Ora, tra il fitto chiacchierare del solito speaker e il folto novero di podisti, il corridore di mezza via, continuerà la sua corsa, ripartendo con immutato spirito di curiosità.
Ora quel podista bolognese è alla fine del gruppo, assieme agli altri partecipanti alla prova del nordic walking.
<Sì, ad alcuni sembrerà una regressione, ma io sono contento così…>. Lo disse rivolgendosi alla sua Gian e ai suoi cari amici.
<Eccoli, sono partiti…Buona San Daniele a tutti…>
Venanzio riparte…mentre si lascia sfilare da tutti, rimanendo solo, tira fuori un foglietto stropicciato, scritto a mano….




















La mia terra


Un bacio
alla mia Gian.
Una carezza
al giovane ragazzo.
Benvenuti
agli amici
della terra mia.
Un saluto
a chi recita
la mia parte,
a chi la mette in musica.
Questa fine
oramai è scritta,
ma la corsa continua.
Ho trovato
il tempo per credere...
Ho cercato
il tempo per pensare...
Sto imparando
che c'è un tempo per sorridere
Sono qui per raccontare…
Come sei bella
terra mia.

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“La fine non è scritta…la corsa continua…
Continuo rincorrer altri,superar se stessi.
Ricerca del finale degno,di noi attori…
Scritti della vita, che corre e va, inventando fantasiosi epiloghi…”
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