di ArGo » 18 ago 2010, 14:41
Capitolo 21
Caccia al tesoro
Puff-puff-puff…Mi sentii scrollare violentemente la spalla sinistra…<Ma che cavolo…?!>
Senza rendermene conto avevo inghiottito boccone su boccone, viaggiando con la memoria, scostato e indifferente a tutto ciò che avevo attorno. I commensali, gli avventori, i compagni di tavolo mi erano divenuti incredibilmente indifferenti.
Mi parve di risvegliarmi da un sonno pesante, intenso, da un sogno fattosi realtà.
Mi girai di scatto verso sinistra.
Era la mano della Gian che energicamente mi stava scuotendo e quasi alzando il tono di voce mi diceva: <Ehi! …Ohilà!… Ti sei incantato?… Sveglia! >.
Mi rivolsi a lei con voce austera, quasi infastidito dal gesto. Ma capii subito, dal suo sguardo, che il modo era stato esagerato. Me ne scusai.
Nel contempo guardavo Giacomo, che sembrava altrettanto inebetito, quasi che il ricordo di entrambi , di quella corsa, fosse stato irradiato nelle nostre menti, in una simbiosi perfetta. Infatti di lì a poco, pure Assunta dovette ricorrere alle maniere forti per scuoterne i riflessi.
Ordinai i caffè, rigorosamente corretti col Punch, perché era un vezzo, dal sapore per la verità schifoso, che da tempo , quasi per scherzo, avevamo preso a coronamento delle belle serate.
Juliana, la cameriera brasiliana, ormai ci conosceva e ci chiese, quali corse stessimo progettando…Giacomo ridendo rispose che se avesse avuto vent’anni di meno sarebbe stato propenso a progettar di correre appresso a lei.
Ovviamente a noi maschi ed alla bella pernambucana, venne da ridere, mentre le nostre due signore accennavano uno stentato sogghigno, che non prometteva molto di buono, per il prosecuo della serata.
Bevuto il nostro caffè, decidemmo di far due passi a piedi, incamminandoci verso il Santuario di Tessère. Idea balzana, sia per il buio, sia per la paura delle nostre donne , di avventurarsi di notte tra i vicoli dei paesini.
Il santuario non si vedeva dalla piazzetta davanti ad “Ezio”, quindi scendemmo lungo la via principale, in direzione Colmirano. Infatti, dal ponte che precede il capoluogo comunale alanese, si distingueva chiaramente l’enorme AVE illuminata. Una luminaria posta sul tetto della chiesetta del sacro luogo, che pur con qualche difetto dovuto al tempo, aggiungeva un che di mistico alle colline del luogo.
Giacomo iniziò a raccontare di alcune leggende legate a Tessère, principalmente storie di tesori nascosti sotto il comprensorio dedicato alla madonna. Saltò fuori che una bimba che negli anni ’60 percorreva quei luoghi la sera, col cosiddetto “bigol” sulle spalle, al quale venivano appesi ai lati i due vasi del latte da consegnare ai negozi di alimentari di Alano. All’imbrunire partiva dal colle, avventurandosi lungo prati e sentieri, che attraversavano o costeggiavano proprio la zona del santuario, Un’estate la bambina frequentemente tornava a casa spaventata da dei rumori che sentiva provenire dalle viscere del piazzale del santuario. La cosa inizialmente sembrava un capriccio per evitare il faticoso compito di trasportare l’oro bianco tutte le sante sere. Poi , percependo il palese disagio, una sera, lo zio contadino decise di accompagnare la figliuola. Pareva una invenzione fanciullesca e invece…Seguirono giorni di studio e di meditazione sul da farsi, finchè , dopo svariate conferme avute di persona e una buona dose di fifa, dell’omone “agricolo”, vennero avvisate le forze di polizia locale. Fu così che carabinieri locali e la vigilanza municipale, trovarono il piano interrato della chiesa, completamente scavato e svuotato. Ne seguì una indagine che portò svariati giovani del posto ad ammettere d’essere autori dello scavo…
Mentre i ragazzi responsabili eran sotto torchio, la chiesa fu chiusa e posta in sicurezza. Da quella volta nessuno più ha cercato il tesoro dei conti, ma la leggenda continua ad aleggiare nelle notti alanesi.
Capitolo 22
Bennyrun e Bice
La notte dei sognatori era passata, tra racconti e favoleggianti episodi legati al "tesoro che non c'è", con la comparsa di personaggi e fantasmi di cui avrò modo di raccontare più in là. Giacomo ed Assunta erano nostri ospiti per una settimana di vacanza in valle e oggi sarebbero arrivati anche la Bice con Benito, detto "Bennyrun". Sì, i nostri vicini di casa bolognesi, per la prima volta arrivavano fin quassù a trovarci. Il posto c'era ed io e la Gian eravamo ben contenti d'aver compagnia in abbondanza. In mattinata sarei andato a prender la carne, per fare una bella grigliata sotto le stelle. Il tempo era previsto sereno e ci sembrò una bella idea. Ci alzammo quindi di buon'ora e mentre noi uomini andavamo in paese, le donne si distesero a prendere il sole nella fresca mattinata della primavera valligiana. Al ritorno trovammo la tavola imbandita ed un piatto di spaghetti fumanti, già scolati e messi in tavola. Era come se le ragazze d'un tempo avessero intuito la nostra intenzione pomeridiana... Avevo chiamato Benito e gli avevo detto che al suo arrivo lo avrei portato in allenamento lungo il Tegorzo. Giacomo si aggregava di buona lena, anche se avrebbe preferito qualche sentiero ed un pò di salita, al programma "stradale" che avevo in mente.
Saranno state le tre del pomeriggio quando, dalla station wagon nera, vedemmo scendere il "Marcantonio" e la giunonica rossa. La Bice ci salutò col solito "calore umano" e quell'espansività tipicamente emiliana, che mi ero scordato nelle donne, vivendo ormai nel freddo nord. Giacomo ne rimase colpito e si vide chiaramente; infatti la sua dolce metà appariva un poco rabbuiata per quello sguardo, pur minimamente attratto. Era il modo di fare della mia vicina di casa, che non era affatto ciò che sembrava, ma ci voleva del tempo per capire che quell'apertura al mondo ed agli altri, non era altro che l'anticamera di una irrefrenabile simpatia. Col tempo anche Assunta si sarebbe adeguata ai suoi modi. Intanto Benito mi aveva fatto notare di avere già indosso, sotto la tuta, pantaloncini e canotta del Gs Le Valli, pronto per l'allenamento sospirato. Aveva già preso confidenza anche con Giacomo e tra le mille domande gli chiese, se anche per lui le immagini della valle del Tegorzo, fossero state folgoranti, già a prima a vista. Era assolutamente radioso. Dai suoi occhi e dall'espressione sembrava quasi irradiare gli scorci del posto, a lui nuovo, ma a quanto appariva chiaramente, assolutamente di suo gradimento.
La grigliata era un fatto secondario, in quella giornata ed infatti tutti e tre smaniavamo per partire verso Campo. Avevo previsto che avremmo corso un paio di orette, lasciando l'auto nella frazione alanese, per poi pecorrere la strada asfaltata che conduce al Ponte "Cagnin" e poi proseguire lungo la via principale della turistica insenatura, fino a fine strada, ovvero alla grotta di Santa Barbara, dedicata ai minatori. ma dovevamo aver pazienza perchè le donne, si sa, hanno maniacale attenzione per l'ordine e sia Bice che la Gian, imposero al nerboruto Bennyrun, di sistemare le proprie cose in ordine, nella seconda camera degli ospiti, quella ricavata in veranda, tra il perlinato in noce chiaro e il chiarore dell'osservatorio, un'apertura più che una finestra, nel tetto ed a vista sul cielo. Tra di noi solo la bresciana appariva alquanto corrucciata, ma ero certo che nelle ore in cui saremmo stati via, la Gian avrebbe saputo far da ottima padrona di casa, avvicinando gli animi delle due diverse signore.Alle sedici partimmo e mia moglie mi disse in disparte:
<Tienili lontano più che puoi, che l'Assunta è nera e ho bisogno di tempo...dammi fiducia e le ritroverai a braccetto...>.
Capitolo 23
Controcorrente
Messa in moto la Giulietta, armati di scarpette edoccia portatile costituita da un tanica d’acqua, dalla bardatura ingiallita, partivamo dalla casetta in Val di Prada. Scendendo con l’auto io ascoltavo il rumore melodico dell’antico “boxer di razza”, mentre Benito e Giacomo si interrogavano sulla durata dell’uscita insieme.Io avevo bene in testa il giro, semplicemente percorrendo contro corrente la valle del torrente Tegorzo, partendo da Campo, attraverso Schievenin sino in fondo alla strada, lì dove essa si conclude, alla grotta della Madonna dei minatori.Una volta giunti alla meta saremmo semplicemente tornati sui nostri passi, forse deviando verso Quero, una volta tornati al ponte “Cagnin”…ma questo era un qualcosa di incerto, che sarebbe stato dettato solo dal momento, dalla voglia, dalle emozioni e, magari, dalla fame. Arrivammo al parcheggio, frontale al museo sulla Grande Guerra e parzialmente dedicato alla vita in miniera, dato che da queste parti furono molti gli emigrati all’estero, impiegati sovente nelle miniere del Belgio, a cercar quel po’ di fortuna e quel tanto di lavoro necessario per dar da vivere alla famiglia, talvolta lasciata col groppo in gola, quà in Italia. Scesi dall’auto Benito s’era tolto tutto il vestiario in più in una frazione di secondo. <…che bel posto, che aria fresca…mò adesso sai che bella corsètta che ci faciamooo..> . Quel misto di italiano e di dialetto bolognese faceva impazzire Giacomo, che della cadenza bresciana e dei dialetti, poco aveva, essendo vissuto da sempre in una famiglia semi aristocratica, che poco aveva frequentato il comune volgo e aveva impartito a lui ed ai suoi tre fratelli, una educazione severa e puntigliosa dal punto di vista culturale. Feci io da battistrada, sapendo che Benito aveva ritmi da quattro al chilometro, sul piano e il lombardo se arrivava a cinque e trenta era tanto. Io ero forse la giusta via di mezzo e quindi mi feci da cicerone strada facendo. Certo, non è che sapessi chissà cosa, ma quel giro, semi pianeggiante, a parte il finale verso la grotta, lo avevo fatto diverse volte in solitaria e quantomeno le emozioni, i suoni del luogo, gli scorci più intensi, li avevo bene a mente. Di fatto il primo tratto era il ricalcare della Campo-SanDaniele-Campo, mentre dalla “madonnina” in poi, ci si immergeva a pieno, nella valle del Tegorzo. L’asfalto non dava quelle sensazioni accorate che avremmo potuto vivere su di un sentiero o su una carraia, ma ciò che avevamo attorno era molto, molto di più di un semplice scorcio panoramico. Man mano che ci addentravamo nella insenatura naturale, sempre più stretta, più vicino si faceva il rumore dell’acqua che chiusa nel suo alveo selvatico, pareva accompagnare la corsa , rendendola più fluida, quasi cadenzandola con lo sbattere delle piccole e decise onde di ruscello. Sì, perché in alcuni punti l’acqua era poco ed era difficile pensare al Tegorzo come ad un torrente. La gente del posto dava la colpa della carenza, all’incanalatura di qualche decennio prima, allo scopo di dare maggior potere idrico alle pianure trevigiane. Io non capivo questa scelta, ma non era affar mio, in fondo, stracciarmi le vesti, per un qualcosa che non conoscevo bene.
Di fatto, oltrepassato il bivio per Quero, si era autenticamente a Schievenin, le prime case, il primo agriturismo, il “Casa Nostra”, l’aria che si faceva più fresca ancora…
Molto presto eravamo affiancati all’area pic-nic, quella che , spiegai, viene utilizzata per la Festa della Trota, l’appuntamento che porta in valle molti turisti ed amanti della gastronomia locale, ogni anno nel mese di agosto.<Tra l’altro da qui parte ed arriva la Corsa della Trota, di recente ridenominata Liberi Sentieri, che porta su fino al Col di Dante…vi ci porterò!> spiegai ai due compari pomeridiani, in corsa.La temperatura era davvero ideale ed il cielo praticamente pulito da qualsiasi formazione nuvolosa. L’azzurro era particolare, quasi tendente al ciano, pareva un dipinto ad acquarelli, questa visione di monti inerpicati verso l’infinito…
Capitolo24
VenanzioPini
Giungere alla grotta di Santa Barbara fu cosa rapida. Passammo radenti alle pareti rocciose brulicanti di scalatori e il nostro incedere era costantemente accompagnato dal rumore delle scroscianti onde del torrente, ancor meglio scandite dal nostro corrervi a fianco, controcorrente.
Tra le altre cose, a stento ero riuscito a trattenere Benito, dal far lui l'andatura. Chiaramente e praticamente allenato a puntino, si era quasi lanciato all'inseguimento d'un podista locale, che aveva scelto il nostro itinerario d'allenamento, standoci decine di metri avanti. Luca, questo il suo nome, era l'autentico talento locale, dalle chiare potenzialità fisico atletiche, con un passato da militare di leva, nei gruppi sportivi dell'esercito. Cose che sapevo previa informazione, racimolata ad ascoltar discorsi da bar e nei locali della conca alanese. Se avessi lasciato Benito, libero di tenergli il passo, chissà di quanto ci avrebbe staccato e poi dove lo avrei recuperato per riportarlo a casa? Fortuna ha voluto che il Luca si fermasse a far due chiacchiere con gente del posto, intenta nel taglio legna a bordo strada.
Alla grotta di Santa Barbara, la visita al luogo di culto fu seguita da un breve ma intenso discutere, che mi vedeva accanito sostenitore della tesi del rientro all'auto, istantaneo, contrario agli altrui principi di maggioranza, tendenti ad andare alla scoperta dello sterrato post grotta, che dirige verso Col di Dante. La democrazia è cosa seria, ma quì dovetti far prevalere il buon senso, che dava l'imbrunire avanzare e quindi comandai il dietro front, avviandomi per dar l'esempio.
Ad un tratto, girandomi, vidi Giacomo steso a pancia in giù sull'asfalto, inciampato su se stesso vittima d'un roboante tuffo supino. Benito prese a chiamare: <Venanziooo...Venanziooo!!!> L'intento era di farmi attendere i due distratti e calare un ritmo che avevo inconsciamente estremizzato ad un quattro al chilometro, su per giù.
Sì ma ....?!Venanzio chi? Uhm, forse avevo scordato questo particolare, direi irrilevante per me. La gente quassù mi conosceva come Pino, ma io in realtà mi chiamo Venanzio...Venanzio Pini. Pino Verde era un soprannome di derivazione scolastica, in quanto a suo tempo fui obbligato a vestirmi da pino, nel recital studentesco natalizio. Da allora per tutti sono Pino Verde, ma all'anagrafe si dice chiaramente altro. Frattanto mi venne un pensiero...e la Bice? La formosa metà di Benito sarà riuscita a "redimersi", dal suo far cortigiano, agli occhi di Assunta?
Confidavo nelle spiccate doti di mediatrice della mia signora, per poter proseguir la serata in armonia, con la prevista grigliata.
Capitolo 25
Strani incontri notturni
Arrivati a casa, la doccia e la vasca da bagno avevano ai nostri occhi una immagine di benessere intenso, da ricercare con la dovuta calma.
E' sì, calma e calma...Ma quale? Così continuava a punzecchiarmi la Gian, che aveva già messo la carbonella, sulla griglia artigianale, fattami costruire da un artista del ferro, del luogo. Un metro per due, di ferri incrociati, sulla quale era un vero e proprio gustoso piacere arroventare la succulenta carne, che a poco a poco avevo già messo a rosolare. I due beati, corridori di mezza via, stavano tranquillamente trastullandosi chissà cosa, nelle loro camere, mentre tra la Bice ed Assunta, pareva esser calata un pace nemmeno troppo sforzata. Insomma avevano iniziato ad entrare in sintonia, anche perchè, dietro l'aspetto appariscente, forse anche un pò volgarotto, della nostra amica bolognese, si nascondeva un' insegnante elementare, particolarmente incline agli approfondimenti storici. Come nemmeno il miglior politico di mediazione, avrebbe potuto fare, la Gianantonia aveva individuato il possibile punto d'incontro, per gettarlo casualmente nel turbinìo irrefrenabile dei femminei discorsi, durante l'assenza di noi maschi. La carne alla griglia risultò apprezzata, pur secondo me un poco troppo scottata e tendente al secco bruciaticcio. La polenta aveva forse tolto il retrogusto del "brustolino", dando un senso di casereccio, magari simile al malgaro, alla cena rustica. Ci fermammo a parlare fino a notte inoltrata, seduti tutti in veranda. A terra, tutti insieme, come al tempo dei figli dei fiori, sopra una vecchia coperta impiumata, che avvolgeva le varie pose che potevamo liberamente assumere.
Un cielo spettacolare, ricoperto da una distesa di stelle.
Una bottiglia di vino Trebbianino della val Trebbia, trofeo di gara del Benny, accompagnato dai tipici "bibanesi" veneti, salati. Una compagnia di vecchi giovani, in piena chiacchierata notturna, in un luogo nel quale il passaggio d'un automobile non era poi così fastidioso, poichè tanto raro da costituire soltanto, peraltro atteso, segnale di civiltà presente in loco. Non so perchè, ma coricandomi ebbi la strana sensazione che la mia notte, non fosse finita con le chiacchiere, ma serbasse sorprese inattese. Fu così infatti. L'oscurità della camera da letto, mi avvolse subito tra le sue avvinghianti braccia, rassicuranti e portatrici d'un sonno profondo, ma vivo e misterioso. D'improvviso mi apparve un volto conosciuto. Un uomo, forse più ragazzo che adulto a dire il vero, mi si parava di fronte, lungo i sentieri del castel di Prada...Io stavo correndo, quando d'improvviso, dal nulla, lui! Era vestito da corsa, scarpette trail , short corti e canotta nera con bordi arancio. Un fisico longilineo, perfettamente adattabile al podismo, ma che denotava una mancanza di tonicità, quasi fosse un'ex atleta o un'infortunato in ripresa. Ma la cosa più assurda era che egli aveva in mano un microfono senza cavo....
Parlava...a volte gridando, tanto che l'eco degli speaker, che parevano emettere i toni direttamente dal cielo, riempiva la valle delle sue frasi.
<Bravo a Venanzio, che s'è fermato quì da noi, pensando di venir ad una corsa e ritrovandosi ora comproprietario di questi monti...>.
Ero completamente spiazzato da questa irreale immagine, tanto incredibile da aver del diabolico, ma forse il motivo di tale apparizione era più semplice da interpretare, di quanto al momento riuscissi minimamente a capire. Lui era lo speaker della corsa di Campo, ma visto così aveva sembianze molto più podisticamente umane, tanto da creare tra di noi una certa simbiosi.
Ora il suo parlare s'era fatto calmo, placido e quasi commosso. Il microfono non c'era più! Eravamo soltanto io e lui, seduti ora, sul ciglio della strada di Malga Paoda, con di fronte ai nostri occhi, colli alberati e distese valligiane multiformi, che parevano essere l'anima degli elementi del creato. La terra, i sassi, gli alberi... prati e foglie...l' acqua e il vento... Quasi commosso, dicevo di lui. Mi raccontava di quando ragazzino, a fondo valle, abitava con la famiglia, la mamma , una sorella ed i suo secondo papà. Una storia tipica della montagna, intrisa di sentimenti forti, dall'amore per quella terra dall'indicibile incanto, ma veicolo di stordimento, d'un vivere inquieto, segnato dall'alcool, quella nera bestia, che nel tempo gli aveva sottratto di tutto un pò. Storie di affetti conquistati, lasciati e ripresi, poi tolti dal fato, dalla vita terrena e quindi immortali; nonostante il tutto e il niente, dei quali poteva o voleva ricordarsi... Racconti di escursioni domenicali con il capo famiglia, addestrato a cercar funghi all'alba... per ritrovarsi a metà giornata ancora al bar o in attesa di poter fuggire da una routine che regalava niente più che le emozioni d'un ambiente miracolato, tanto era puro. Esso, che allo stesso tempo confiscava le emozioni stesse, con doppia rapidità rispetto ai tempi di conquista.
Piangeva, questo uomo, questo infinito e forse un pò folle parlatore. Piangeva lacrime interiori, che il suo volto non faceva sgorgare su di se, ma soltanto lasciava leggere negli occhi seri , vitali ma orientati in basso, guardando dal di fuori tutta l'emozione che dentro era marasma intenso.
Avevo trovato uno del posto. Egli era apparso in figura stramba e toni eccheggianti, per poi riportarmi al senso di quella terra, che ora anche io stavo amando. Essa che tanto dà, quanto ti toglie, se ti perdi nel suo essere sperduta e bastarda in quel puro e veritiero senso selvatico.
Piangevo anche io, mentre mi accorgevo che al mio fianco quell'omino microforato era scomparso...
Udivo solo da lontano un flebilegrido...<Pino sei tutti noi, continua la tua strada e vieni al traguardo>.Trafelato e sudando freddo, seguivo l'eco di quell'invito e vedevo il traguardo laggiù...pareva sempre più vicino, a vista ...pareva soltanto...
Senza capire bene il luogo...dove fossi o dove stessi per giungere. Ma era inutile... correvo a vuoto, cercando una meta costantemente equidistante. Mi misi ad urlare di angoscia. La striscia finale non era alla mia portata. Perchè? Perchè non riesco? Perchè? All'improvviso un forte scossone... Uno da dietro mi prende per le spalle, forse vuol superarmi!? Ma chi è, cosa vuole? <Lasciamiii!!!> . Questi mi agita ancor più <Pinoooo....Pinoooo....Svegliati! Svegliati su, non è nulla...> energicamente grida... La Gian, un brutto sogno, o forse bello?! Non lo so, forse la carne pesante o qualche piacentino bicchiere di troppo.
Ho sognato durante un sonno tribolato...Ma ora sono sveglio, con gli occhi gonfi di lacrime però.
E' questa terra! Mi ha chiamato quì, mi vuole tenere a se, vuol farmi sapere che può essere bella ma ugualmente demoniaca. Mi ha invitato a osservare meglio gli occhi della gente, a girar loro parte del mio sorriso, della mia passione, del mio vivere.
Buonanotte...
Capitolo 26
Epilogo
Sì, quel sogno mi aveva realmente turbato e mentre passeggiavo in quella mattina dall'alba appena accennata, a braccetto con la Gian, mentre tutti dormivano ancora, ripensavo a quegli strani incontri notturni. E' vero, a volte i sogni sono lo specchio di ciò che si vorrebbe avere o che si immaginasse d'aver capito...Eppure non ero così sicuro d'aver compreso se e quale fosse stato il significato, proprio io che ai sogni, alle credenze popolari, alla cabala ed a tutto l'immateriale, da sempre non avevo mai creduto. C'era ancora un'alone misterioso nella penombra della valle che molto lentamente andava risvegliandosi, tra fruscii uditi tra i cespugli del sottobosco che risale il pendio della montagna e quel cupo, cadenzato, richiamo del cuculo...L'odore dell'erba inumidita dagli umori della notte, aveva l'aroma d'una tisana mattutina, quasi un preambolo della colazione in compagnia, che più tardi avrei consumato.
Camminavo lentamente e riuscivo a percepire bene il respiro di mia moglie che se ne stava in silenzio, forse con la percezione della mia irrequietezza, propagatasi oltre il mistero del sonno. Io non volevo parlare di quel sogno, perchè prima dovevo spiegarmi se avesse davvero un significato, oppure se mi fossi fatto predere la mano da un incubo come tanti altri.
Ma perchè continuavo a pensare ad un incubo? Solo per quel traguardo che non arrivava mai?
Sì, forse l'idea d'alzarmi alle cinque e mezza e di partire a piedi lungo la valle, protagonista della notte passata, era stata la maniera migliore per rientrare in possesso della ferma tranquillità interiore, avuta sino a ieri sera.
Oramai era giorno e noi due, sulla strada del ritorno, allungavamo lo sguardo per vedere se in casa ci fossero luci accese e quindi se i nostri ospiti fossero desti.
Nulla! Tutto intorno era silenzio, più chiaro, ma senza alcun rumore o suono, a parte tutto ciò che , di selvatico, si muoveva tra le fronde ed i cespugli...
Quando fummo sulla porta di casa, mi guardai attorno, quasi avvertendo una presenza non molecolare...Oh no! Accidenti a me, stavo riprendendo contatto con il sogno!?
No, no, no! Dovevo rientrare in fretta, accendere la radio e sentire i notiziari, che mi avrebbero riportato alla realtà... Di certo, così sarebbe andata.
Così feci e sintonizzai su un canale nazionale. Il giornale radio sarebbe iniziato dopo qualche minuto, mentre i programmi concludevano la lunga notte, sui versi tratti da qualche libro o raccolta d'un qualche poeta di cui non ricordo generalità alcuna...
Solo una cosa la ricordo bene...
Quasi inconsciamente presi carta e penna , trascrivendo:
“La fine non è scritta,
la corsa continua…
Perpetuo moto,
nel rapido viver
amori e terra,
natura e destino…
Continuo rincorrer altri,
superar se stessi.
Ricerca del finale degno,
di noi attori…
Illusorio desiderio
d’esser autori
e padroni dell’opera
delegata al fato…
Impressa sulla tavola
del mortal tempo,
nel vital movimento.
Storia delle valli
Evoluzioni sui monti.
Scritti della vita,
che corre e va,
inventando fantasiosi epiloghi…”
Capitolo 27
La pioggia e noi...
Quella mattinata passò veloce, almeno sino alle dieci. A quell'ora i miei gentili ospiti iniziarono di buona lena a far chiasso. Benny e Bice , litigando scherzosamente, parevano la copia ingiallita dei due ragazzini che vent'anni prima ne facevano di cotte e di crude, in barba al perbenismo dei rispettivi genitori. Sì, infatti si possono definire una coppia turbolenta, magari fin troppo. L'essere disinibiti è sempre stata la loro caratteristica. Da allora ha fatto da efficace collante in una coppia che, tra scappatelle e fughe intermittenti da sotto il tetto coniugale, molto ha dato da mormorare ai locuaci vicini , parenti e amici. Forse soltanto la Gian ed io li abbiamo realmente capiti e mai abbiamo dubitato sulla loro complicità, conflittuale ma solida. A noi poco interessa dei fatti degli altri, ma amiamo osservare e parlarne . Molto spesso mi ritrovo mia moglie seduta sulle ginocchia, che cerca, riuscendo praticamente sempre, di farmi comprendere l'universo umano. Inutile ribadire che senza di lei mi sentirei perso; citando una frase letta direi : "...senza di lei sarei il nulla, una goccia d'acqua dolce persa nel mare".A proposito di gocce, quella mattina pioveva a dirotto. Guardavo fuori, seduto sulla poltrona a dondolo, vedendo l'acqua scivolare copiosamente lungo la porta a vetri che dal salone inquadra il terrazzo, aprendo lo sguardo alla vallata. Solo dopo un bel pò mi accorsi che Assunta stava lì, appollaiata sul primo giro dei gradini lignei, che salgono a chiocciola verso le camere da letto. Non fiatava eppure sembrava dirmi moltissime cose. A dire il vero ero quasi in imbarazzo, colpito dalla dolcezza di quello sguardo attento e per nulla fugace, assorto nel perdersi su di me. Lei, molto miope, ancora non aveva addosso i suoi occhiali e per questo pareva ancora di più concentrata sulla mia figura, mentre invece, quella fronte corrucciata era sintomo di una fatica a mettere a fuoco l'immagine che stava inquadrando, con quei "fanaloni" verde scuro.
Fu il marito a darle una scossa, scostandola con un buffetto sulla spalla, scendendo le scale di fretta, per cercare di convincermi ad andare a Quero, a chiedere dei quotidiani lombardi; quasi non lo sapesse da se, che quì arriva tutto ciò che è veneto e nulla più. In effetti la loro presenza in casa era un pò una sorpresa. Non avevano dormito da noi, ma di buon'ora, proprio mentre ascoltavo la radio, si erano presentati per invitarci ad andare al museo di Campo, quello dedicato alla Grande Guerra ed alla vita in miniera. Ci saremmo andati volentieri, ma attendevamo il dolce risveglio degli altri due nostri vivaci ospiti. Passate già due ore di attesa, il vociare baritonale di Benito, faceva presagire una imminente partenza verso i lidi culturali, dalla ricerca dei quotidiani, sino alla visita al museo appunto. Mi ricordai però dell'apertura solo occasionale del centro della memoria storica alanese e quindi il tutto si fece più dubbio... saremmo andati in seguito, forse quel pomeriggio stesso.
Non lo so come avvennne, ma mi ritrovai con la Giulietta parrcheggiata in piazza Marconi, con accanto soltanto Giacomo e Benito, giacchè le donne vollero rimanere in casa a parlare fittamente, accompagnate dallo scoppiettìo della legna nel camino e dal brusìo intenso e soporifero prodotto dall'acquazzone in corso. Pioveva "a secchi rovesci", come dicono quì ed ovviamente, da "omeni imbranadi", che è un modo di dire delle donne quando descrivono gli uomini della zona, avevamo un solo ombrello in tre...Si decise democraticamente che Giacomo se la doveva cavare da se per i suoi giornali. Mal che andasse, lo avrei portato al B&B Casa Francesca ad Alano, per prendersi il portatile e leggere le notizie "on-line". Ma sapevo o almeno immaginavo che ad uno storico, non sarebbe potuto piacere allo stesso modo, leggere davanti ad un freddo monitor, anziché poter odorare il tipico aroma di stampa fresca, ascoltando il tipico rumore della carta stropicciata. A mezzodì eravamo di nuovo in Prada. Casa, dolce casa...Donne, sapienti e meravigliose ad accoglierci con la tavola imbandita.
Risottino ai funghi, prosecco doc di Valdobbiadene, una fetta di tiramisù abilmente preparato dalla Bice e...sei amici a tavola, assorti in un pranzo che aveva il sapore della festa, ascoltando la brace arroventar se stessa, mentre fuori la pioggia disegna corsiè in discesa sui vetri producendo il tipico suono dell' assopimento post illibagione.
Capitolo 28
La cronoscalata
Tra una sfogliatina e due mosse a dama, cominciai a raccontare dei primi di maggio e intanto la pioggia fuori scendeva copiosa ed insistente ancora.
La voce dello speaker era conosciuta, le note di Jump dei Van Halen, il conto alla rovescia ed io...solo contro il tempo. Sì, proprio da solo, perchè dalla piazza di Valdobbiadene, altra piazza Marconi peraltro, si partiva uno ad uno, trenta secondi l'uno dall'altro. Il solito misto di dialetti veneti, dallo zoldano rude al veneziano più melodioso.
Tre, due, uno, via! <E' partito Pini Venanzio, è partito alla volta di Pianezze...Caro Venanzio, i prossimi pini li vedrai sulla cima>. Non ricordavo bene lunghezza e dislivello, ma circa 6 km di salita intensa, che avevo deciso, tra me e me, di risalire in tre quarti d'ora. Tra i partenti avevo scorto "il grillo" , Maurilio De Zolt, che nel depliant della corsa, appariva a podio in una delle prime edizioni. L'organizzazione ci portava le borse sino alla cima, ma poi, per ridiscendere...arrangiarsi o giù di lì, in quanto un passaggio lo trovi sempre ed un pulmino informalmente a disposizione, scoprii poi esserci. Poco male per me che avevo la Gian sulla sima di Pianezze ad aspettarmi, non prima d'aver banchettato con gli altri cinquecento amici di giornata. Dopo la prima rampetta, a fianco al campanile, un sentiero cementato mi portava sino ad attraversar la strada, con una certa pendenza, ma d'altra parte, sempre in su si doveva andare. Dall'attraversamento della provinciale in poi, quasi tutto bosco e natura, sentieri spesso irti allo stremo del pensabile. Credo che non avessi ancora percorso un chilometro, quando alle spalle, una voce flebile, accompagnata da cadenza di passi rapida e costante, mi intimò: <Spostati per piacere!>. Una divisa bianco verde della forestale e il volto di un mito della zona e di questa corsa, mi si fece a fianco ringraziando. Lucio Fregona! Il campione del mondo di Edimburgo, di corsa in montagna, quarant'anni portati addosso con la grazia podistica d'un felino indomito e lo sguardo gioviale ma puntato all'obiettivo, del condor che punta la preda. Lui di edizioni della Valdobbiadene-Pianezze ne aveva già vinte una decina e contrariamente agli altri aspiranti dell'edizione in corso, aveva deciso di partire tra i primi, assieme ai tapascioni, perchè poi sarebbe dovuto scappare a casa. Non vinse quel giorno, ma il rintocco regolare dei suoi passi che mi si avvicinavano e poi si allontanavano rapidamente, quasi mi pareva di risentirlo, mentre raccontavo. Lo ho poi rivisto in altre corse del circondario, quasi sempre attore protagonista,nel film della gara in questione. Dopo il ristoro, al quale mi fermai, perchè faceva veramente un caldo infame, in un'orario di mezza mattinata, teoricamente ancora ottimale, rispetto a chi sarebbe partito poco prima di mezzogiorno, decisi di calare un pò il ritmo, perchè non conoscendo il percorso, temevo di imbattermi in una crisi muscolare acuta, dato il riacutizzarsi di qualche fitta, già sentita negli allenamenti settimanali, al polpaccio destro. In realtà trovai, di lì a poco, una lunga fase in piano, che se avessi deciso di affrontare con maggior lena, forse mi avrebbe permesso di centrar l'obiettivo, che poi, invece... Finita la piana, uno strappo netto, dove tra l'altro un gruppo di escursionisti me sbarrava involontariamente la strada, costringendomi al passo, lento e deleterio per il ritmo. Infatti, una volta risalito lo stretto viale boschivo, la mulattiera dolcemente inclinata verso l'alto, poteva essere il trampolino di lancio per la seconda metà di gara, all'attacco. In realtà, dovetti salire, tutto sulla difensiva, col fiato sempre più corto, alla ricerca ostinata di un rilancio che le gambe non ne volevano sapere di attuare.
Gli inservienti del secondo ristoro, vedendomi molto stanco, mi consigliarono di prendere con me la bottiglietta d'acqua, perchè là cominciava il Pra Vanin, il tratto più pendente della corsa. Me ne accorsi presto. Un prato dal cui fondo si vedeva nitida la fine, che però non arrivava mai. Dell'ultima parte, dopo quella maledetta arrampicata non ricordavo nulla, se non i pini nei pressi dell'arrivo. Aveva ragione il commentatore, li avrei notati, in quell'ultimo tratto asfaltato che conduce al Tempio del Donatore, in cima a Pianezze. Cinquantadue minuti e sei secondi. Un tempo buono per essere la mia prima edizione, ma molto distante da quel tempo che inconsapevolmente, avevo stimato come risultato da ottenere. La Gian mi diceva che ero un matto, perchè tagliato il traguardo avevo realmente gli occhi fuori dalle orbite e un colorito biancastro, che sembravo lì lì per salire più su... Perentorio Benito mi si rivolse con tono di sfida: <La prossima io la faccio in quarantaquattro e se ti batto ti prendo per il sedere fin che campi>...Sì sì, poi vediamo, pensai tra me e me. Io la mia prima la ho cominciata col petto in fuori e finita con la schiena inarcata e le gambe che facevano "aperta e chiusa parentesi". La Gian non proferì verbo, ma sapeva che ostinato come sono, avrei finito col cedere all'impulso di non dargliela vinta... Mah, chi vivrà vedrà.
Capitolo 29
La corsa misteriosa
La data era fissata da tempo. Sarebbe stata una gita con famiglia, con gli amici più intimi. Chi non avrebbe corso , sarebbe stato il contorno ideale ad una corsa particolare. Terribile per la nostra preparazione ma imperdibile di fronte alla nostra voglia di scoprire correndo. In questi mesi, che hanno fatto da ponte virtuale tra l' inverno freddissimo e la primavera che ancora non c'è ma si odora di già nell'aria, il nostro terreno favorito di allenamento è tornato ad essere il Grappa. La conca alanese, che lo precede, è stata spesso trampolino iniziale, verso le asperità del monte sacro.
Ci servivano fiato e gamba, con almeno una settantina di chilometri tirati, da fare almeno in due spicchi, molto ravvicinati tra loro. Come fare due maratone in due giorni, cosa mai provata e d'altronde, pochi esseri sani di mente credo abbiano cercato di andare così incontro alla soglia dell'autodistruzione fisica.
Abbiamo studiato un pò il da farsi, più da profani che da convinti conoscitori, ma stavolta, differentemente dalla nostra storia anche di maratoneti, non ci siamo voluti fare imbavagliare dalla meccanicità delle tabelle sul buon vecchio, compagno mensile, "Correre".A sensazione, nell'inverno, tra la brillantezza del grigio brina ed il bianco candido della neve, tanto spesso solo velata, quanto molte volte, compatta e cospicua al suolo.
<Due coppie in corsa e due donne "avanzate"...> pontificò Berenice una mattina. Poco ci mancava che Assunta se la mangiasse, giacchè di riporto era proprio lei l'una a far da compagna alla mia Gian, che a dire il vero poco "se ne fregò" del ciarlare in libertà della giunonica romagnola. Passò in fretta, si sa, le donne oggi se le danno di brutto e domani prendono il thè assieme e si parlano come niente fosse.
Dicevo delle due "turiste" al seguito. Ebbene, avrebbero avuto il benevolo compito di supportare le fatiche di noi atleti in gara, seguendo la carovana della corsa con la prode "Giulietta".
Che il cielo non voglia che debbano fungere da "recuperanti" e da eroiche "porta ritirati", variabile temutissima e tutt'altro che da scartare.
Chi corre con chi? Mesi di allenamento, senza porsi la domanda, forse più importante, ma sarà probabilmente il tempo a far la verifica.
A questo punto però, era da decidere, anche se poi, la discussione si risolse in un vero e proprio "dictat" del Benito. <Io corro con Pino!>. Un nome, una storia, un uomo che sa imporsi...
Da par suo, Giacomo, non parve poi così riluttante , al pensiero di vagar nei boschi, in coppia con cotanta Bice. Il dado era tratto, pur verso una impresa, la cui sola idea poteva sembrare balzana.
Un' obiettivo arduo, ma questa nuova la vita, le scorribande tra queste valli, dentro i boschi...
Mi pareva fossimo diventati uomini tutti da scoprire, con un istinto selvatico, simili all'animale fuggito dalla vita in "catività"...Già, la nostra "catività cittadina", d'una vita che passa e va. Si cambia da un momento all'altro ed era quasi come se stessimo cercando di evadere definitivamente da un tempo passato, sì giovanile ed energico, ma a volte incastonato in un mondo recintato, canonizzato tra vie , strade, palazzi e moderna civiltà.
Quasi mi sembrava che l'età bolognese, fosse soltanto un ricordo nel quale non riuscivo più a riconoscermi. I giovani direbbero :< Non ci stiamo più dentr0!>, quasi che la sacca dei ricordi si fosse infeltrita.
Capitolo 30
L’invisibile
Correvo. Concentrato, a capo chino, osservando il movimento del piede a contatto con il terreno.
Un fondo umidiccio, quel qualche chilo in più…Già, pure l’armonia della mia corsa pareva perduta in un passato remoto, in quel corpo che fu di buon atleta. Tutto l’insieme faceva penetrare, tra le zolle del prato antistante il bosco, la punta delle mie scarpe da trail stabili, da pochi chilometri saldate su di me, per modellarsi a dovere, divenendo quella ideale sorta di tutt’uno con le estremità motrici del mio corpo ormai poco più che amatoriale.
Gli altri erano andati avanti, senza curasi di me e del mio canonico ritardo nella vestizione pro allenamento, ma ciò non mi creava alcun fastidio, diversamente da altre volte…Chi lo sa poi perché questa voglia di solitudine, non del tutto inconscia.
Ora risalivo la piana, brulicante di candidi bucaneve, pronto oramai ad addentrarmi nel bosco, fitto e un po’ cupo, lì, appena alle spalle della fattoria abbandonata dei “Zavate”, storica famiglia contadina della valle. Mi apprestavo a risalire il crinale, seguendo la via che dal territorio di Schievenin, porta verso il comune dia Alano, intercettando la forcella di San Daniele qualche chilometro più sopra. Un sentiero in realtà ben mimetizzato, al suo imbocco, tra le naturali pieghe disegnate sul colle da madre natura. Non ho avuto, comunque, grandi difficoltà ad individuarlo, sfruttando la percezione del passaggio di chi mi precedeva, i tre compari…Così mi aiutai con l’effetto “gobba” visibile sull’erbetta ancora bassa ed acerba, china su se stessa e lasciato appunto da Giacomo, Benito e Bice poco prima transitati in precisa fila indiana. Ad essere sincero udivo piuttosto marcato, l’eco chiassoso prodotto nell’avvallamento di quei casinisti, trapiantati sui monti, un tempo silenti, dalla pianura e dalle città. Avevo addosso una strana sensazione. Era come se mi aspettassi da un momento all’altro, una visione, un incontro e comunque percepivo, o forse ancora più preoccupato, avvertivo, una presenza non materiale.
E’ possibile che lo stress passeggero degli ultimi periodi, acuisse una semplice impressione, trasformandola inconsciamente in ansia da paura. Non avevo mai provato timore per l’occulto, per qualcosa che mi stava dentro e mi dava l’idea che potesse cogliermi di sorpresa, magari assumendo forme materiali imprevedibili. Ma poi chissà? Perché tanta tensione? Perché questi pensieri?
In mezzo alla penombra si stava così bene, correndo accarezzato dalle fronde degli alberi, ancora rinsecchiti, rigidi e ghiacciati dal gelo dell’inverno più freddo che ricordassi.
Di là ero già passato una volta e quindi, quando rividi la casa sotto la roccia, ripetei un pensiero già avuto…Chi poteva aver abitato lì, in una abitazione di pochi metri quadrati, su un solo piano, in mezzo ad un bosco, che magari un tempo era prato…Chi può dirlo? Dovrò chiedere in giro. I vecchi sapranno di sicuro. Sarà stata la solitudine del momento, forse quel senso di rimbambimento prodotto dagli strani pensieri che mi pervadevano la mente…In quell’attimo…
http://alexgeronazzo.blogspot.com/“La fine non è scritta…la corsa continua…
Continuo rincorrer altri,superar se stessi.
Ricerca del finale degno,di noi attori…
Scritti della vita, che corre e va, inventando fantasiosi epiloghi…”